Myśli św. Teresy z Lisieux (2)

„Ho bisogno di un cuore…“

(dalla poesia)

C'è qualcosa come "fame", con cui veniamo al mondo e che ci accompagna per tutta la vita. Teresa lo ha espresso con le parole: "Ho bisogno di un cuore che brucia per me con amore delicato..." Che questa fame d'amore debba essere costantemente nutrita, è particolarmente evidente nel cosiddetto "periodo dell’allattamento", quando tra madre e bambino c'è ancora tutto in "flusso". Allora non solo bevevamo il latte materno, ma "fluivano" in noi anche i suoi pensieri, i suoi sentimenti, il suo indirizzo di vita. Perciò siamo nella nostra anima, nel nostro spirito e nel nostro corpo modellati da nostra madre. Beato colui che ha avuto una madre di cui può dire retrospettivamente: È stata sempre qui per me e mi ha sempre sostenuto! Molti devono aggiungere: Molto si è afflitta per me, mi ha dovuto spesso sgridare, è stata severa, ha detto spesso "no". Ancora una volta, beato colui che, nonostante tutto, può dire: Ma ho sempre avuto la sensazione fondamentale che mi ama! E ciò che emanava da lei non era desiderio di potere, di affermazione, di possesso, ma benevola amore.

Tuttavia, anche nel caso in cui non l'abbia vissuto così nella mia infanzia – Dio può comunque salvarmi e stabilirmi in questo fondamentale sentimento, di cui noi esseri umani abbiamo tanto bisogno. Teresa ne è convinta per esperienza. In una delle otto strofe di una poesia del 1895, rivolta al Sacro Cuore di Gesù, confessa:

Ho bisogno di un cuore che brucia d’affetto;
che mi offre sostegno e mai si ritrae.
E che ama le mie debolezze quasi più delle mie forze
e non mi abbandona giorno e notte.
Ma poiché ho visto ogni creatura mortale,
solo Dio, che diventa uomo,
può aiutarmi,
diventando mio fratello e saper soffrire.

Teresa ha saputo dire: "Ho bisogno di…!" Così ha trovato Dio, di cui sapeva: Egli è sempre qui per me e posso andare da Lui in ogni stato di sventura. L'importante è solo che io vada. E infine solo Lui – nella misura in cui Gli dedico – può salvare ciò che deve essere redento nella mia vita.

P. Theophan Beierle OCD

„Maria è più madre che regina“

(Ultimi colloqui, 21. 8. 1897)

Il rapporto di Teresa con Maria era, dal punto di vista dell'ambiente religioso della sua epoca, straordinariamente chiaro e semplice. Ciò di cui non ha assolutamente bisogno è un approccio astratto e dottrinale assetato di miracoli. Anche sul letto di malattia, qualche mese prima della morte, chiarisce alle sue sorelle (abbiamo testimonianze di più testimoni) che vorrebbe osservare la vita di Maria "così com'è stata, non una vita inventata". Desidera dai predicatori che "rappresentino la sua vita reale, come la vede il vangelo".

Eppure – o proprio per questo? – il rapporto di Teresa con Maria è straordinariamente caloroso e vivo. Negli occhi di Teresa non è una regina, una sovrana e governante – titoli mariani che erano molto usati all'epoca; Maria è, come sottolinea ancora una volta prima della sua morte, "più madre che regina", e questo in modo molto concreto anche per Teresa stessa. Sì, non si vergogna ad affermare: "Ho capito che vegliava su di me, che ero sua figlia. Perciò potevo chiamarla solo 'Mama', 'mamma', perché mi sembrava più tenero di 'Madre'."

Come è arrivata Teresa a questo profondo rapporto d'amore con Maria? Per quanto riguarda questo aspetto – altrimenti il suo significato non può essere sovrastimato – dobbiamo considerare l'evento che ha vissuto quando aveva dieci anni davanti alla statua della Madre di Dio nel loro villaggio. In una grave depressione infantile, durata anni, Teresa pregava davanti a quest'immagine e trovava sollievo nella sua angustia psicologica: "Improvvisamente la Santa Vergine sembrava bella, così bella che non avevo mai visto nulla di più bello. Il suo volto esprimeva bontà e dolcezza ineffabile. Ciò che però penetrava fino in fondo al mio cuore era il meraviglioso sorriso della Santa Vergine." Da quel momento, Teresa sa di essere amata dalla sua "Mamma Maria" e fino alla fine della sua vita non dimenticherà questo "sorriso", che rimarrà profondamente impresso nel suo cuore.

Un secondo motivo è probabilmente la caratteristica somiglianza di entrambe queste donne. In Maria, come la descrivono i Vangeli, Teresa ha trovato il suo "archetipo", in cui poteva riconoscere il suo stesso essere. Focalizzandosi su Maria, nel corso della sua vita trovava progressivamente il modo di avvicinarsi a Dio, una "piccola via" di immediatezza e semplicità verso Dio, quella freschezza e vitalità nel rapporto con Lui e con gli altri. Nella sua ultima e più lunga poesia "Perché ti amo, Maria" (maggio 1897) lo esprime chiaramente. Maria è lì descritta come colei che vive le virtù ordinarie in modo discreto. In particolare, la sua umiltà, come stare nella verità, colpisce Teresa.

Entrambi gli aspetti delineati qui appartengono sostanzialmente all'immagine di Maria per Teresa. Maria è per lei una madre con la più profonda comprensione – e allo stesso tempo una donna completamente umana di Nazaret, imitabile da chiunque. La grandezza interiore della carmelitana di Lisieux alla fine della sua breve vita possiamo certamente considerarla anche come frutto di questa devozione mariana, incentrata sul Vangelo e al tempo stesso personalmente calorosa.

È necessario sottolineare che Maria non è mai stata per Teresa degradata a una mera esecutrice dei suoi desideri. Sul suo letto di malato, mette in guardia le sue sorelle: "Quando ci siamo pregati alla Santa Vergine per qualcosa e Lei non ci ascolta, è segno che non vuole. Dobbiamo lasciarla fare ciò che vuole e non dobbiamo tormentarla con ulteriori richieste." Maria deve essere lasciata libera, sa infatti meglio di noi ciò che è buono per noi; nulla le sta a cuore più del fatto che noi cresciamo nella comunione con Cristo, che è la pienezza della vita.

Fr. Michael Jakel OCD

„Mi ha dato forza e coraggio“

(Scritti autobiografici, 95)

Si dice giustamente che la maggior parte delle persone non riesce a accettare completamente se stessa nel corso della propria vita. Per questo molti vivono con grandi o piccoli complessi di inferiorità. E chi non ha imparato a accettare se stesso, non diventerà neanche un grande amante, colui che prova ad accettare il suo prossimo in ogni situazione, che "se lo merita" oppure no; come è noto, saremo secondo il discorso della montagna di Gesù solo allora, nel pieno senso della parola, figli di Dio, quando anche noi lasciamo sorgere il nostro "sole dell'amore" ogni giorno di nuovo sui buoni e sui cattivi (cfr. Mt 5,45).

Per avere il coraggio di accettarsi, una persona ha bisogno di una profonda consapevolezza nel cuore che qualcuno la ama completamente e pienamente soltanto per ciò che è. Che felicità, se abbiamo persone così!

L'ultimo accoglimento, così per dire la guarigione di ogni complesso di inferiorità dalla radice, può dare – questa è l'esperienza di Santa Teresa – soltanto colui che è amore in persona. Teresa ha vissuto questa guarigione alla radice nel Natale del 1886. Scrive, guardando indietro: "Teresa non era più la stessa. Gesù ha trasformato il suo cuore." Lo vive e lo descrive quasi come un miracolo che, a 14 anni, potesse finalmente accettarsi completamente, letteralmente da una notte all'altra. Una piccola esperienza le permette di confessare: Posso essere me stessa e così restare, sono amata, così come sono! Non devo affatto cambiare! Gesù è diventato un bambino debole a Natale, affinché anch'io, proprio per la mia debolezza, potessi sentirmi amata e in futuro cercassi tutta la forza e il potere in Lui. "Quella notte, quando il caro Dio è diventato debole e sofferente per amore di me, mi ha reso forte e coraggiosa."

Da quel Natale, Teresa è liberata dal suo modo di guardarsi, all'improvviso ora si libera dalla scuola non cristiana del perfezionismo e della autosantificazione. Sa: Gesù mi correzionerà. Può dirgli: Tu, Gesù, devi operare tutto in me e anche lo farai!" – E chi non deve più prendersi cura di sé, è liberato per l'amore: "Sì, ho sentito che nel mio cuore è entrato l'amore, la necessità di dimenticare me stessa per fare felici gli altri, e da quel momento sono stata felice!..."

Suo padre e quattro sorelle prima non riuscivano ad amarla completamente per dieci anni.

La "nuova" Teresa, che ora si sta sviluppando, diventerà, vista da fuori, l'essere più libero che ci si possa immaginare, in cui non si può più trovare nulla di forzato. Nel suo nuovo stile di vita si evidenzia: è calma in sé stessa. In ogni situazione si ancorerà a Cristo e così potrà uscire coraggiosamente da se stessa e abbracciare profondamente ognuno: "Più sono unita a Gesù, più amo le mie sorelle." La vita ha senso quando amo e ne divento sempre più capace. Qui vuole condurre la vera pietà. Ciò che rende tanto doloroso il processo - avvicinarsi anche a persone difficili, lasciarsi penetrare dalla croce, prestare la vita - è doloroso. Teresa "ce la fece" guardando a Gesù, che poteva essere dalla mattina alla sera il suo Redentore e il suo Salvatore.

L'autobiografia di Teresa è diventata perciò nella letteratura spirituale del nostro secolo "un grande bestseller" e mai più raggiungibile, poiché in essa tutti, dai più semplici credenti ai più dotti teologi, possono vivere come una persona inizialmente neurotico-egocentrica e, a causa di una cattiva educazione religiosa, neurotico nuovamente, viene trasformata da Dio nel più grande amante e nel più grande "missionario" del nostro secolo.

Chiedendo a Teresa una parola di congedo, ella risponde: "Ho detto tutto: solo l'amore conta!" E una delle sue ultime parole, poco prima della sua morte per soffocamento: "Non rimpiango di essermi dedicata all'amore, no, non rimpiango di questo!"

P. Theophan Beierle OCD

Teresa del Bambino Gesù assomiglia a una persona che con tutte le sue forze combatte contro qualcosa di cui non vediamo né l'aspetto esatto né una particolare ostilità. Solo negli ultimi anni, quando ha compreso di aver vinto, si rivela il volto del nemico: è la menzogna. La menzogna in tutte le sue forme, che può prendere nel cristianesimo, mascherata da falsità, metro di misura a metà, transizioni, dove santità e bigottismo, arte e kitsch, vera debolezza e una debolezza degna di disprezzo, costituiscono un groviglio inestricabile. Il destino di Teresa è vivere su questo confine, essere non solo sempre – in vita e in morte – non compresa, ma anche spesso incomprensibile, combattere con le armi del tempo contro questo tempo, dover lottare con parole e immagini di kitsch sulla vita e sulla morte contro la menzogna del kitsch, svestirsi con tutta la forza che aveva, dalla falsa pelle, senza poter abbandonare il suo ambiente imposto, né volendo... Attraversa tutte le dolcezze e le falsità per arrivare alla semplice, nuda verità del Vangelo...

E che danni ha fatto il kitsch nella mariologia! Ciò che Teresa qui, senza pietà, scaccia, un po' come se frustasse al tempio, è una sbagliata, benevola falsa religiosità accumulata attorno alla Madre di Dio, che alla fine lascia andare le anime a vuoto e impedisce loro di bere alla fonte della verità.

Hans Urs von Balthasar
(Sorelle nello Spirito, Einsiedeln 1979)

Kernworte der hl. Therese von Lisieux (2),
Karmelimpulse II/1993.
Tradotto da Dr. Vojtěch Pola.