I principali simboli nell'opera di San Giovanni della Croce

Jan Poříz, OCD

Il titolo della giornata spiritale di quest'anno1 è stato scelto: Giovanni della Croce, psicologo, mistico, teologo. Il mio intento originale era quindi di presentare la figura e l'insegnamento di Giovanni da questi tre punti di vista. Riguardo a “Giovanni il poeta”, apparentemente ci riuscirà solo parzialmente. Non sono riuscito a trovare una persona che fosse realmente competente in questo ambito e avesse anche il tempo di preparare una presentazione per la giornata spirituale su questo tema. Pertanto, ho deciso di tentare prima di farlo da solo, ma man mano che si avvicinava il momento, mi rendevo conto che superava le mie possibilità di tempo. E quindi alla fine propongo un argomento in cui mi sento più sicuro e che sono riuscito a elaborare - in modo molto semplice (in poche ore). Questo argomento sono i simboli nell'opera di Giovanni, che secondo la mia convinzione è profondamente connesso alla poesia.

Il talento poetico e il genio di Giovanni si manifestano infatti anche nella capacità di creare simboli, che, proprio come le poesie, possono essere compresi in molti modi diversi, quindi il loro contenuto non è limitato alla [successiva] interpretazione filosofico-teologica di Giovanni. È possibile riflettere su di essi sulla base della propria esperienza, che evocano, e su invito diretto del loro autore in altro modo rispetto a come lo stesso fa.

(Con queste parole faccio riferimento liberamente a ciò che Giovanni scrive nella sua prefazione all'opera Canzone spirituale, punti 1 e 2, dove tra l'altro si dice: “Le espressioni d'amore è meglio chiarirle nella loro ampiezza, affinché ciascuno possa trarne beneficio a modo suo e dall'abbondanza dello spirito, piuttosto che ridurle a un singolo significato, che non si adatta ad ogni gusto. E così, anche se vengono chiarite in qualche modo, non c'è motivo di vincolarsi a questa chiarificazione.”2)

Ad esempio, l'immagine della “notte oscura” è attualmente ampiamente utilizzata nella letteratura spirituale, fortemente influenzata dalla psicologia, in parte in modo diverso rispetto a come l'analizza lo stesso Giovanni nel suo commento. (Tuttavia, non possiamo dedicarci ora a questo tema in dettaglio.)

Quando ho pensato al tema: I principali simboli, non avevo ancora riflettuto su quali fossero i principali - ci si potrebbe discutere. Quando ho iniziato a riflettere su questo, mi è venuto in mente un'opera d'arte, la cui qualità molti certamente avrebbero messo in dubbio, cioè il retabolo (quadro d'altare) della chiesa di Segovia, creato in occasione della visita del Papa Giovanni Paolo II in questo luogo (vedi fig. 1). Questa ebbe luogo nel novembre 1982. Nel retablo vediamo raffigurati quattro simboli: una montagna, la notte, una fiamma e una sorgente. Sull'altare stesso riconosco poi il simbolo della colomba, che porta un ramoscello d'olivo. Certamente in questi simboli riconoscete le opere di Giovanni…

Ho deciso di mettere da parte il simbolo della sorgente e tenterò di commentare gli altri quattro simboli, che sono i pilastri portanti dei quattro grandi commenti di Giovanni (per la montagna, la notte e la fiamma questo è chiaro, per la colomba forse un po' meno).

Monte Carmelo

Certamente possiamo ispirarci all'immagine segoviana, tuttavia non del tutto. Essa rappresenta infatti una montagna molto ripida, con una cima stretta e appuntita, su cui praticamente non è possibile sostare, tanto meno soggiornarvi a lungo.

Il Monte Carmelo secondo il disegno dello stesso santo (fig. 2) ha invece l’aspetto più di una - potremmo dire - altopiano, dove c'è molto spazio. Infatti è un luogo dove sono invitati molti, un luogo di pienezza di vita e libertà, dove sono chiamati tutti i figli di Dio. Basta ricordare alcuni passaggi dal Vangelo di Giovanni. Ad esempio, in Giovanni 8,31-32 leggiamo della chiamata alla libertà, alla quale ci conduce la parola di Gesù: Gesù disse ai Giudei che avevano creduto in lui: "Se perseverate nella mia parola, siete davvero miei discepoli. Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.".3 E in Giovanni 10,10: Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere. Io sono venuto perché abbiano vita e l'abbiano in abbondanza.

Sembra che proprio a questa pienezza di vita e libertà alluda tutto ciò che è scritto sulla cima della montagna, tutto ciò a cui Giovanni della Croce invita. “Pace, gioia, gaudio, piacere, saggezza, pietà, amore, fermezza, giustizia”, leggiamo nel cerchio esterno. “Niente mi onora, niente mi angustia”, leggiamo leggermente più internamente. Qui infatti non c'è bisogno di glorificare se stessi, perché chi è sulla montagna è ben consapevole che qui “dimora solo l'onore e la gloria di Dio” (iscrizione al centro), di cui egli stesso partecipa. “Niente mi opprime”, potremmo aggiungere, come parafrasi dell'iscrizione completamente in alto, che recita: “Da qui non porta più la via, perché per il giusto non c'è legge, lui stesso è legge per sé.”

Importante è anche la prospettiva da cui è disegnata la montagna. Non è dipinta dalla base, da cui la persona vedrebbe principalmente (o esclusivamente) la salita che ha davanti a sé. Sia il cammino che la meta sono visti dall'alto, come se da un punto di vista divino, capace di catturare correttamente le proporzioni di tutto il pellegrinaggio. È una visione che apparteneva a Giovanni, ricordiamo, ad esempio, l'immagine del Crocifisso (fig. 3) che Giovanni disegnò.4 Solo dalla prospettiva dall'alto (in virtù dell'unione o della fede) è possibile valutare positivamente realtà come la notte oscura e il pellegrinaggio lungo il sentiero, dove per lungo tempo non si trova nulla o [solo] la croce.

Questa prospettiva è descritta molto efficacemente da San Giovanni nella prefazione all'opera Notte oscura: “Si deve tener presente che l'anima canta canzoni (cioè la poesia In questa notte oscura velata) già in stato di perfezione, che è l'unione con Dio nell'amore (cioè la cima della montagna). Ha già attraversato le angosce e le sofferenze negli esercizi dello spirito sulla stretta via della vita eterna, come dice il nostro Salvatore nell'evangelio,5 (cioè sul sentiero di tutto e di niente), sul cammino che solitamente si intraprende per raggiungere l'elevato e felice unione con Dio. E quel cammino è così stretto e ci sono così pochi che vi entrano, come dice anche il Signore,6 (non perché non siano stati invitati) che per l'anima è una grande gioia e avventura percorrerlo verso la felice perfezione dell'amore, come canta di essa nella prima canzone, quando chiama quel cammino stretto appropriatamente notte oscura, cosa che sarà ulteriormente chiarita”7.

Così concluderei la dissertazione sulla montagna della perfezione (Monte Carmelo), affermando che questa “poesia grafica”, come la chiama padre Norbert Žuška8, è un classico esempio di come l'espressione poetica con il suo contenuto trascende l'espressione teologica. Quando leggiamo l'opera di Giovanni Salita al Monte Carmelo, abbiamo l'impressione che siano importanti solo i cammini e il sentiero della perfezione, perché questo è il suo tema. Quando riflettiamo sul simbolo, scopriamo che il suo contenuto è infinitamente più ricco.

Simbolo della notte

Forse avete l'impressione che io abbia interrotto la montagna e descritto solo la parte superiore. Ma subito cercherò di rimediare. Abbiamo già sentito che Giovanni nella prefazione all'opera Notte oscura la chiama “notte oscura”. Pertanto parleremo di essa nell'ambito di questo simbolo.

La maggior parte di voi sa che Giovanni della Croce conosce diverse notti e le suddivide secondo diversi aspetti che emergono in esse. Tuttavia, la causa fondamentale della “notte” in tutte le sue fasi rimane la situazione dell'uomo su questa terra, che è chiamato a lasciarsi guidare in tutte le sue decisioni, azioni e pensieri dalla fede, cioè da una certezza che rimane nascosta. Credere in Dio significa affidarsi a ciò che speriamo e avere certezza di ciò che non vediamo, dice la lettera agli Ebrei (11,1). Questo spesso significa camminare come se nell'oscurità.

La fede ci insegna anche che quando vogliamo raggiungere Dio, dobbiamo mettere da parte (porre secondariamente) tutto, anche noi stessi. Pertanto Giovanni della Croce ci invita a prendere esempio dal giovane Tobia, la cui storia viene interpretata in modo allegorico. Dio ordinò a Tobia di “bruciare sul fuoco il cuore dei pesci, che significa un cuore che si compiace delle cose del mondo e vi si attacca, che, per poter procedere verso Dio, deve essere bruciato e purificato da tutto ciò che è creato col fuoco dell'amore per Dio” (1N 2,2). Questa aspirazione possiamo percepire come uno sforzo ascetico, che è la prospettiva di Salita al Monte Carmelo (notte attiva) e che ci introduce sul sentiero che porta direttamente alla cima, dove da un lato non c'è nulla, dall'altro è già presente tutto in modo nascosto, perché il pellegrino cammina nella fede, significando già comunione con Dio. “Quando un'anima attraversa la prima notte, che è la privazione di tutti gli oggetti sensibili, entra poi nella seconda notte e rimane sola nella fede” (1N 2,3).

Tuttavia, sarebbe un errore ritenere che l'essere umano possa da solo rinunciare a tutto e procedere solo guidato dalla fede. Giovanni della Croce è convinto che l'uomo, grazie all'ardore e a un forte attaccamento emotivo, riesca spesso a superare almeno in modo significativo l'attaccamento alle cose esterne. Tuttavia, non riesce a superare e negare “se stesso” e rimane malsanamente fissato sulle consolazioni spirituali percepite dai sensi e sui propri “successi” spirituali. Nel disegno della montagna, Giovanni in questo contesto parla del cammino dello spirito di imperfezione del cielo, e nell'opera Notte oscura scrive delle sette principali imperfezioni spirituali dei principianti.

Da queste e dalla propria incapacità di superarle nasce la necessità di una ulteriore, notte passiva. Dall'imperfezione non può liberarsi del tutto l'anima finché Dio non la introduca nella purificazione passiva della notte oscura… Finché ciò non accade, si impegni nel perfezionamento, così da meritare che Dio la immerga in quel bagno divino, dove guarirà da tutto ciò che non è riuscita a risolvere quando si è curata da sola. Perché, per quanto l'anima si sforzi, non può purificarsi attivamente a tal punto da essere neppure minimamente preparata per l'unione con Dio nel perfetto amore (1N 3,3).

Riassumiamo quanto detto. La notte è un simbolo che rimanda a una perdita, che nel corso del tempo si trasforma in guadagno. L'uomo che entra in essa, o viene introdotto, perde sempre parte dello spettro della propria percezione (non che ne perda effettivamente, ma non è più capace di esserne riempito) e allo stesso tempo incontra una nuova luce, a lui sconosciuta. Giovanni della Croce amava la notte: era un ambiente di silenzio e mancanza di stimoli esterni, che però gli consentiva di ascoltare la voce di Dio. Il momento di maggiore svolta nella sua vita spirituale avvenne probabilmente nella prigione di Toledo, dove fu immerso nella più profonda oscurità e solitudine, in cui Dio gli parlò. Infine, anche la notte mistica, che si insinua nell'anima spesso senza riguardo per le attuali condizioni esterne, è una luce così potente che opera oscurità nell'uomo.

Simbolo della colomba

Mentre i simboli della montagna e della notte sono davvero centrali nei primi due scritti (almeno secondo la tradizionale classificazione) di Giovanni della Croce, per il simbolo colomba le cose non sono così, almeno a prima vista. La poesia è intitolata “Canzoni tra l'anima e lo Sposo”, dove l'“anima”, quindi la persona umana, assume varie forme nel suo corso. Due emergono in primo piano: da un lato la donna innamorata, che diventa gradualmente sposa e coniuge, desiderosa dell’amore del suo Amato, gradualmente Sposo e Marito, e proprio l'immagine della colomba. Entrambi sono quindi sostanzialmente sinonimi.

Le ragioni per cui Giovanni parla anche della sposa come colomba sono, secondo me, tre. Delle prime due parla Giovanni nell'opera Canzone spirituale (DPB 34,3): “La chiama colombina, perché così la chiama nello Cantico (cioè nel Cantico dei Cantici), per indicare la sua semplicità e mitezza dello stato e il contemplativo amore. Perché la colomba è non solo semplice e mite, senza fiele, ma ha anche occhi chiari e affettuosi; e perciò, affinché nello Sposo si indichi questa proprietà dell'amore contemplativo, con quanto guarda a Dio, vi dice anche che ha occhi di colomba” (Cant 4,1).

Quindi l'ispirazione biblica e la purezza della sposa sono i primi due motivi. Possiamo aggiungere anche un terzo attributo, già implicitamente presente nel richiamo alla contemplazione della tortorella. Il suo amore per Dio la porta a un costante innalzamento e superamento di se stessa, cioè al volo proprio della colomba.

Tuttavia, questo volo ha due fasi. Nel momento in cui è solo ferita dall’amore dello Sposo e non c'è stato ancora un completo incontro d'amore, il suo volo è inquieto, disordinato, connesso a una ricerca affannosa e spesso ansiosa. Questa situazione cambia solo nel momento in cui lo Sposo finalmente la chiama e la lascia posare in sé. Per esprimere questa realtà, Giovanni della Croce utilizza un'altra immagine biblica della colomba, quella della colomba dell'arca di Noè. “Così come la colomba volava e tornava all'arca”, dice, “perché non trovava un luogo dove poggiare i suoi piedi tra le acque del diluvio finché un giorno non tornò con un ramoscello d'olivo nel becco, che era segno della misericordia di Dio, che le acque, con cui la terra era stata sommersa, si erano ritirate (Gn 8,8-11), così questa anima, che è uscita dall'arca della Potenza di Dio… vagava nelle acque del diluvio dei peccati e delle imperfezioni e non trovava dove soddisfare il suo desiderio, volava nell'atmosfera dell'amore ardente e tornava nell'arca del petto del suo Creatore, senza mai raccogliersi in lui; fino a quando un giorno, quando Dio lasciò cadere le menzionate acque di tutte le imperfezioni sulla terra della sua anima, tornò con un ramoscello d'olivo, che è la vittoria, che ha raggiunto al di sopra di tutte le cose grazie alla benevolenza e misericordia di Dio, a questo felice e completo raccoglimento al petto del suo Amato” (DPB 34,4).

Questo volo inquieto e il riposo sul petto dell'Amato è tematicamente collegato con la notte inquieta e ansiosa alla ricerca del suo amore, descritta nella 1-4 strofa della poesia In una notte oscura, dove l'anima esce “con ansia infiammata d'amore” e con la tranquilla notte del incontro amoroso, dove l’Amato rimane a dormire sul seno “fiorito della sua sposa, che ha conservato solo per lui” (citazione - vedi verso 5-8).

Nella Canzone spirituale, a questo proposito Giovanni parla di “notte chiara, con una fiamma che completa e non causa dolore” - “nella notte serena, con fiamma che consuma e non recano pena” (strofa 39). Le poesie di Giovanni della Croce contengono simboli erotici, ma usati in modo estremamente delicato e puro - llama che consuma: fiamma che completa l'unione matrimoniale.

Simbolo della fiamma

Siamo già giunti all'ultimo dei simboli di cui volevamo parlare, cioè il simbolo della fiamma. L'unità del tema delle ultime strofe della Canzone spirituale e dell'intera poesia Fiamma viva d'amore risulterà ancora più evidente considerando la genesi della poesia Fiamma viva d'amore. Si tratta dell'unica poesia di Giovanni dedicata direttamente a una sola persona, in particolare la vedova granadina Anna de Peñalosa. Probabilmente infatti lei gli aveva richiesto di spiegare il già menzionato verso “con fiamma che consuma e non reca pena” – “con la fiamma, che completa e non causa dolore”. Giovanni rispose a questa richiesta scrivendo una nuova poesia e successivamente anche un commento su di essa.9

Il simbolo della fiamma appare nella suddetta poesia solo una volta, proprio all'inizio, ma la poesia è monotematica più di tutte le altre. Mentre nelle opere Canzone spirituale e Notte oscura ci imbattiamo in alternanze di tempi e Stati: inquietudine - ricerca e gioia - incontro, la poesia Fiamma viva d'amore è dall'inizio alla fine un'espressione di immenso gaudio, che prova chi ha raggiunto l'unione. Resta solo un leggero velo che distingue questo stato dalla vita eterna. “Oh, dolce tocco, che sa ciò che è vita eterna”, esorta il poeta nella 2. strofa.

La monotematicità della poesia è inoltre accentuata dal tema del fuoco, che appare nella 1a e 3a strofa in’altra forma: nella prima si tratta già del fuoco menzionato – fiamma; nella seconda “cauterio”, che in ceco viene tradotto come “ustione”, in realtà è un ferro rovente; nella terza “lampade infuocate”.

Il fuoco e la fiamma sono quindi lo stesso fuoco e la stessa fiamma con cui ci confrontiamo già durante il viaggio notturno. Già nella seconda strofa della poesia Notte oscura, quindi ancora nel corso del viaggio angoscioso e desideroso, ci imbattiamo in “una luce che arde nel cuore” (“senza altra luce e guida se non quella che arde nel cuore”). Mentre però durante la notte questa fiamma ardeva - purificava o illuminava (come avviene nella suddetta 3a strofa), ora nel stato di unione dà piuttosto un assaggio di paradiso. “L'anima già sente come è interamente accesa nell'unione divina e il suo palato è completamente inondato di gloria e amore, e già nel profondo della sua essenza trabocca in fiumi di gloria, abbondando di delizie (cfr. Cant 8,5), così da sentire che dal suo interno scaturiscono fiumi d'acqua viva, come disse il Figlio di Dio su anime simili (Giovanni 7,38). Sembra che quando è così profondamente trasformata in Dio e Dio le appartiene in modo così sublime e lei è così colma della ricchezza dei suoi doni e virtù, che è già vicina alla beatitudine e che da essa la separa solo un leggero velo” (ŽP 1,1).

Forse possiamo concludere per una comprensione ancora migliore dell'intero processo di purificazione e illuminazione, che termina con la capacità di stare in mezzo al fuoco, “che non è più doloroso”, con il noto paragone di Giovanni della Croce (il quale però Giovanni non è autore) sul legno e il fuoco: “Questa conoscenza purificatrice e amorevole, cioè la Luce divina, come qui diciamo, strappa l'anima durante la sua purificazione e preparazione per l'unione perfetta con Lui in modo simile a come il fuoco strappa il legno durante la sua trasformazione in sé. Infatti, il vero fuoco, quando viene apposto al legno, la prima cosa che fa è asciugarlo, espelle l'umidità e lo lascia sgocciolare in lacrime l'acqua che il legno ha in sé (dolore di purificazione); poi lo cambia progressivamente in nero, scuro e sgradevole e anche maleodorante e lentamente, poco a poco, lo lascia seccare, estraendo e allontanando da esso tutte le aggiunte oscure e brutte che ha e che sono contrarie al fuoco; e infine, quando comincia a modificarlo dall'esterno in fiamma e lo incendia, lo trasforma in sé e così lo rende bello come il fuoco stesso. A questo punto, non c'è più da parte del legno alcun tormento, né alcuna attività propria, oltre al peso e alle parti più dense del legno, (perché in esso si ha le proprietà del fuoco) e la sua azione ha già in sé; giacché è rinsecchito e rinsecchito è infiammato; è luminoso e illumina; è molto più leggero di prima, lavorato dal fuoco in tutte queste proprietà e effetti” (2N 10,1).10