P. Norbert Žuška, O.Carm.
Per il titolo di questa conferenza ho preso in prestito una citazione dal libro del profeta Isaia, dove il profeta parla del deserto che, grazie all'intervento del Signore, “si allieterà” e le sarà data “la gloria del Carmelo”.1 La trasformazione del deserto qui non è certamente una trasformazione "da risorse proprie", ma una trasformazione "per grazia" e "la gloria del Carmelo" rappresenta in un certo modo un riflesso della gloria del Signore, della bellezza del Signore. Io stesso credo in questa “gloria del Carmelo”, cioè nella bellezza della spiritualità carmelitana, perché mi ha incantato in passato e anche dopo anni di vita nell’ordine continua a attrarmi e a nutrirmi. Tuttavia, è indubitabile che posso vivere solo di una minima frazione della sua ricchezza, e questa è probabilmente la stessa cosa anche per la comunità del Carmelo nel suo complesso.
Quando mi sono riflettuto su quale spettacolo noi carmelitani offriamo a coloro che ci vedono dall'esterno – e qui non intendo coloro che tendono ad idealizzarci, ma quelli che cercano di guardarci obiettivamente e con una critica sana – mi è tornata in mente la profezia di Balaam nel capitolo 24 del Libro dei Numeri. Il re moabita Balak, spaventato dagli Israeliti che si dirigono verso la terra promessa, ha chiamato il veggente Balaam per maledire il campo degli Israeliti.
Provate a immaginare una folla viaggiante o accampata che (ancora) non ha una terra propria! Nonostante le notizie sulle sue vittorie contro i re circostanti, come appariva al re moabita? Forse Balak pensava: “È una moltitudine da maledire, e fermare così la sua devastazione. Già al primo sguardo, le parole di maledizione mi si affacciano alle labbra. Sicuramente non sarà difficile privarli della forza con una maledizione, specialmente per un veggente professionista come Balaam.”
E come è andata a finire? Il profeta Balaam sotto il potere della parola e della visione di Dio “cade in estasi, ha gli occhi aperti” e dice: “Come sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele!” Sembra vedere una bellezza che non è visibile a prima vista; nel momento di grazia vede come Dio stesso guarda il popolo; vede ciò che è la verità divina su Israele; vede la bellezza di Giacobbe, che però non è accessibile solo allo sguardo naturale. Personalmente sono convinto che “la gloria del Carmelo” sia presente nel mondo e nella Chiesa anche oggi e che non si riferisca solo alla spiritualità carmelitana come se fosse separata dalle persone concrete; che questa bellezza sia presente nella vocazione e nella vita di tutti i membri della famiglia carmelitana. Tuttavia, non è sempre visibile a prima vista, spesso è percepibile più con lo sguardo della fede che con quello naturale. Questa “gloria” è racchiusa in “vasi di argilla”,2 che con la loro opacità la oscurano in molti modi e forse con le loro crepe la perdono anche in parte. Tuttavia questa “gloria” è e resta un riflesso dell'autentica gloria e bellezza di Dio.
Riguardo alla spiritualità del Carmelo, è necessario innanzitutto dire che è, nel senso più profondo del termine, una spiritualità cristiana, cioè una spiritualità essenzialmente orientata alla vita vicino a Gesù Cristo e alla vita di ascolto e obbedienza alla sua parola.3 Già il fatto che il Carmelo sia nato nella Terra Santa e che i suoi fondamenti e i primi membri di una comunità inizialmente eremitica, in seguito comunitaria, fossero – almeno in parte – pellegrini verso la Terra Santa, testimonia del nucleo cristologico della nostra spiritualità. “I nostri padri” erano uomini che si sentivano chiamati verso Cristo, che desideravano visitare i luoghi santificati dalla vita terrena di Gesù e che alla fine decisero di rimanere nella sua terra, nella sua eredità e di trascorrere qui il resto della loro vita.
Hanno scelto il Carmelo perché questo luogo era associato alla vita e all'attività del profeta Elia. Il termine “monte Carmelo” è però stato creato solo successivamente come simbolo spirituale che esprime il progresso dell'uomo verso una sempre più perfetta unione con Dio. Il primo insediamento eremitico si trovava nella valle di Wadi ain es Siah, una delle valli che solcano la catena del Carmelo, vicino a una fonte chiamata la fonte di Elia.
Una caratteristica importante della personalità del profeta dell'antico testamento Elia, che è stata trasmessa e sviluppata nella spiritualità del Carmelo, si trova nel Primo Libro dei Re.4 Sono le prime parole di Elia che gli autori della Scrittura gli attribuiscono: “Com'è vivo il Signore, Dio d'Israele, al quale servo...” Con queste parole il profeta si presenta davanti al re d'Israele Acab per avvalorare la sua missione e annunciare un periodo di siccità come punizione per l'infedeltà del re e dell’intero popolo. Queste parole erano il programma della vita e dell'operato di Elia e il loro contenuto si rifletteva nel profeta. Quando più tardi incontra la vedova a Sarepta, a cui era stato inviato per ricevere assistenza, e le chiede un “po' d'acqua per bere” e “un tozzo di pane”, ella risponde: “Com'è vivo il Signore, tuo Dio, non ho nulla cotto...”.5
I carmelitani erano affascinati dal fatto che in Elia si vedeva che il suo Dio era un Dio vivo. Si sentivano eredi di questa spiritualità, soprattutto quando, con l'affermazione: “Com'è vivo il Signore degli eserciti, al quale servo,”6 si avvaleva anche del successore diretto di Elia nel suo ufficio profetico, Eliseo. Con un uso libero e creativo di queste parole, giunsero poi alla “affermazione di Elia”, che esprimeva simultaneamente anche il programma della loro vita spirituale e il loro impegno: “Vivo è Dio, davanti al cui volto sto.” La vita nella presenza di Dio, nella presenza del Dio vivo, nell'ascolto della sua parola e nel “comportamento secondo di essa”,7 è uno degli elementi centrali della spiritualità del Carmelo.
Un'altra affermazione di Elia che modella la spiritualità carmelitana è l'affermazione: “Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum”.8 Queste parole sono persino entrate nel nostro sigillo dell'ordine e, tradotte, significano: “Con zelo ardo per il Signore, Dio degli eserciti.” Il zelo per Dio, per il suo regno, per il suo culto, specialmente in tempi in cui le persone non distinguono e si prostrano davanti agli idoli, è un altro degli ideali della vita del carmelitano.
Quando sono entrato nell'ordine, questo aspetto della nostra spiritualità mi attirava molto. Non mi ha mai attratto la mediocrità! Già prima della mia conversione non ero un “peccatore medio”, dopo la conversione decisamente non un “cristiano medio” (o, se volete, un cristiano “ragionevole”, che non esagera con la propria fede) e con l'ingresso nel Carmelo non associavo affatto la vita di un “religioso medio”. Ma solo qualche anno fa ho notato un particolare paradosso: Elia pronuncia queste parole sul monte Oreb nel momento in cui, sebbene avesse alle spalle una grandiosa vittoria contro i profeti di Baal e Astarte, rischiando la propria vita, e quindi non possiamo contestargli zelo. Tuttavia, nel momento in cui pronuncia queste parole, ha già dietro di sé anche la fuga dalla regina Gezabele. E questa non è avvenuta “secondo la parola del Signore”,9 ma per paura; quindi, “per salvare la vita di Elia”.10
Inoltre, l'affermazione di Elia è una risposta alla domanda del Signore: “Che ci fai qui, Elia?” Dio sembra essere quasi sorpreso di trovare il suo profeta in un posto nel quale – almeno apparentemente – non l'ha inviato. In modo più veritiero, Elia dovrebbe rispondere: “Ho ardentemente desiderato il Signore, Dio degli eserciti, ma ora sono in fuga, perché temo l’uomo, ho paura della regina e della sua vendetta.” Forse, Elia si era così abituato a considerarsi un uomo che “arde di zelo” da non essere neppure in grado di vedere che questa non è la situazione in cui si trova sul monte Oreb. Il momento sotto il rovo, quando dice: “Basta, Signore, toglimi la vita, ché non sono migliore dei miei padri,”11 è passato da quarant giorni, dimenticato o represso. Ora ha alle spalle un cammino eroico di quarant giorni sostenuto da un pane misterioso portato dall'angelo. E forse – senza mettere in discussione la fonte divina della sostanziosità di questo cibo – si meraviglia di quanto egli stesso sia riuscito a sopportare.
Queste meditazioni o speculazioni non si propongono naturalmente di comprendere ciò che il biblico Elia provava. Il loro senso è di aiutarci, alla luce della storia di Elia, a riflettere sulla nostra vita con Dio e sui suoi scogli. Riflettere sulla nostra esperienza di vita di grazia, dal quale può facilmente trarre nutrimento anche l'auto-soddisfazione. Anche il nostro zelo può esistere più nella dimensione dei nostri desideri che nella realtà, o può essere una interpretazione errata o un travisamento del fatto che agiamo per paura e vigliaccheria. In ogni caso, il Signore non rifiuta Elia, lo accoglie anche con la sua incapacità di vedere e interpretare tutta la situazione, non scioglie con lui il “contratto di lavoro profetico” per la sua debolezza e fallimento. Al contrario, sul monte Oreb gli fa vivere una nuova esperienza della sua presenza “non nel vento”, “non nel terremoto”, “non nel fuoco”, ma “nel silenzioso e sottile soffio”.12 Con un modo che solo Dio sa fare, ha incorporato la paura e la fuga di Elia nel cammino della sua crescita personale, senza far danneggiare il compito profetico. Grazie a questa abilità pedagogica del Signore, il cammino di Elia può avere continuità e essere veramente coronato da un “sali”, non già solo verso la cima del monte (che sia Carmelo o Oreb), ma “verso il cielo”, come leggiamo nel Secondo Libro dei Re: “Elia sale nel vento al cielo su un carro di fuoco con cavalli di fuoco”.13
Sulla potenza trasformatrice di Dio e sulla sua sagace pedagogia, che si manifestano in quanti tentano di “vivere davanti al Volto di Dio” nello spirito di Elia; sulla passione divina per noi, che precede il nostro “zelo per il Signore” e vigila su di esso, affinché a nostra volta possa essere continuamente riaccesa e corretta, si fondano anche le speranze del Carmelo contemporaneo.
Quale ruolo gioca Maria nella spiritualità carmelitana? A questa domanda probabilmente ogni frate o sorella risponderebbe in modo un po' diverso, a seconda del ruolo che Maria svolge nella sua vita personale. Tuttavia, guardando indietro alla storia - alle origini dell'ordine - scopriamo che, nel momento in cui il “gruppo di eremiti” che abitava presso la fonte di Elia sul monte Carmelo comincia a trasformarsi in “comunità di eremiti” e si presenta la necessità di avere una sorta di “centro spirituale”, i fratelli costruirono in mezzo agli eremi un oratorio (luogo di preghiera) per incontrarsi quotidianamente per la celebrazione eucaristica, e lo consacrarono alla Beata Vergine Maria, tanto che nel tempo cominciarono a essere chiamati i “Fratelli della Beata Maria del Monte Carmelo”.
La loro scelta non è certamente stata casuale o fatta a caso. Uno degli articoli centrali della regola imponeva loro “di rimanere nelle loro celle e giorno e notte meditare sulla legge del Signore” (art. 10). In altre parole: nella loro forma di vita “in obbedienza a Gesù Cristo” (art. 2) e un importantissimo strumento di santificazione per loro è stata la permanenza nella presenza della parola di Dio, la meditazione della parola di Dio. Un insegnante migliore di Maria, di cui le Scritture attestano che “serbava la parola di Dio nel suo cuore e vi rifletteva sopra,”14 difficilmente potrebbero scegliere.
Inoltre – proprio nello spirito del pensiero feudale – comprendevano Maria come Signora del luogo in cui vivevano e che le avevano consacrato, come Patrona (sull'esempio del lord o patrono), a cui si impegnano (similmente ai vassalli) con la loro venerazione, fedeltà e culto. Poiché lei, a sua volta, tiene la sua mano protettrice su di loro. Nelle costituzioni del 1324 troviamo una preghiera a Dio Padre, che comprende il patronato di Maria come strumento di mediazione della protezione divina: “Proteggi, Signore, i tuoi servi nella pace, e quando saranno fedeli alla protezione (patrociniis) della Beata Vergine Maria, liberali da tutti i nemici. Per Cristo nostro Signore. Amen.”
Inoltre, Maria era per i fratelli un modello di purezza e contemplazione, poiché solo quelli “che hanno il cuore puro vedranno Dio,”15 era per loro Regina e ornamento del Carmelo, Madre, il cui amore e cura precedono la nostra risposta di venerazione e amore. Il scapolare è diventato per loro un segno speciale di protezione di Maria e un promemoria permanente dell'impegno battesimale “di spogliare l'uomo vecchio e rivestirsi di Cristo.”16
Attualmente si gode un grande interesse nel Carmelo per il titolo di Sorella, che ci presenta Maria in un modo particolarmente vicino e simpatico. Già nella fase iniziale della sua nascita, gli eremiti del Carmelo erano chiamati “fratelli della Beata Maria del Monte Carmelo”, ma questo titolo ha acquisito un vero significato solo nel ventesimo secolo in rapporto al Concilio Vaticano II, quando Papa Paolo VI, nell'ultima sessione del terzo periodo del Concilio, il 21 novembre 1964, ha sottolineato: “Maria ci è molto vicina. È figlia di Adamo come noi, e quindi nostra sorella per il vincolo della natura. È naturalmente una creatura, che però è stata preservata dal peccato originale in virtù dei meriti del Redentore. Agli doni di grazia ha unito una virtù personale di fede esemplare e totale.”
Maria è nostra sorella, è creatura come noi e, in cooperazione con la grazia, è giunta all'“eccellenza e all'esemplarità della fede.” Tra i molti aspetti della fede di Maria, vorrei sottolinearne uno solo: l'arte di Maria di rimanere nella fede e aspettare che “si compia ciò che le è stato detto dal Signore.”17 È l'arte di non forzare la parola di Dio né con la propria, sempre necessariamente miopica interpretazione, né con l'adempimento o l'anticipo del compimento delle promesse con le proprie forze. La fede di Maria ha permesso alla parola di Dio di “realizzare pienamente ciò per cui è stata inviata”,18 perché sapeva aspettare.
Sapeva aspettare con fede e fiducia nella provvidenza divina, finché la sua (prematrimoniale) gravidanza si rivelasse anche fisicamente, quando nasce il Figlio di Dio e suo, benché in condizioni in contrasto con la dignità umana; sapeva vivere la sua vita nascosta con fede e aspettare che crescesse, che iniziasse la sua pubblica missione, che le “moltitudini” 19 si radunassero intorno a lui e che “molti” si opponesse20; fino a quando non giunge “la sua ora”,21 che sarà anche “l'ora dei suoi nemici e del dominio delle tenebre”;22 con fede persevere sulla Croce fino all'“è compiuto” di Gesù;23 con fede accolse la sua resurrezione e aspettava nella preghiera con gli apostoli “fino a quando si compisse la promessa del Padre”24 e “tutti fossero riempiti di Spirito Santo”25; la sua fede era parte della fede della Chiesa primitiva e con fede aspettava fino a quando non giungesse “la sua ora”, che la introducesse nei “posti che suo Figlio ha preparato per lei presso il Padre”.26
Restare nella fede e nell'attesa è anche parte della nostra vita cristiana e spirituale. Si tratta di attendere come modo di vivere il necessario intervallo tra il “porre il lievito” e lo stato in cui “tutto sarà fermentato”;27 un'attesa che consente la maturazione – il cui risultato è un frutto maturo; si tratta di un'attesa attiva, che può includere anche la “fuga in Egitto”,28 per proteggere il fragile tesoro che ci è stato affidato. Si tratta di un'attesa che non è tempo vuoto, perché ogni suo attimo è riempito della presenza di Colui che fa promesse;29 si tratta di un'attesa di fede collegata all'amore, che non si impadronisce per crearsi la propria felicità, ma che si lascia trasformare e insegnare l'arte di amare da Colui che “è Amore”30.
Maria ha praticato l'attesa nella fede non solo durante la sua vita terrena, ma attende ancora: fino a quando suo Figlio “regnerà sulla casa di Giacobbe per sempre”,31 perché finora “non gli è stato sottoposto nulla”;32 aspetta fino a quando “tutte le generazioni la chiameranno beata”,33 perché finora questa profezia non si è pienamente realizzata. Perciò l'arte di “attendere nella fede” può insegnare anche ai suoi fratelli e sorelle di tutti i tempi – e non solo a quelli del Carmelo.
Maria è, nel senso più proprio del termine, “la gloria del Carmelo”, perché è il riflesso incontaminato della gloria e della bellezza di Dio, ma – come afferma sant Teresa di Lisieux: “per le sue prerogative non si deve dire che offusca la gloria di tutti i santi, come quando all’alba le stelle svaniscono. Mio Dio, com’è strano! Una madre che offusca la gloria dei propri figli! Io penso il contrario, credo che aumenti ancora di più il fulgore degli eletti.”34 Così come la fede di Maria è al servizio della nostra fede, così anche la gloria di Maria è al servizio della nostra esaltazione.
(La conferenza è stata tenuta a Bratislava il 29 giugno 2012.)