Gesù, pane della vita

Enzo Bianchi

(Meditazione sul brano evangelico
per la 20a domenica del Tempo Ordinario, ciclo B: Giovanni 6,51–58.)

Dopo il racconto del segno che Gesù ha compiuto (cfr. Giovanni 6,11–13) e la comprensione di questo evento come rivelazione di Gesù, "pane della vita eterna", attraverso il quale il Padre attira le persone (cfr. Giovanni 6,26–51), oggi leggiamo alcune parole di Gesù che illuminano il gesto che ha lasciato agli apostoli in seguito, alla fine della sua esistenza terrena – cioè l’eucarestia. Giovanni infatti non la presenta come "istituita" da Gesù nell'ultima cena (cfr. Marco 14,22–25), ma come annuncio dalle labbra dello stesso Gesù.
Nel dialogo con i capi religiosi di Israele nella sinagoga di Cafarnao, Gesù sviluppa ciò che è stato detto durante tutta la sesta capitolo del quarto Vangelo, e giunge così a una rivelazione decisiva: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo... Il pane che io darò è il mio corpo, offerto per la vita del mondo." Un annuncio che contiene anche una promessa, come risulta dal futuro, sembra misterioso e scandaloso e ancora oggi ci suona strano. Come è possibile che un uomo possa dare se stesso, il suo corpo da mangiare agli altri? Sì, chi non ha fede può solo essere scandalizzato da queste parole, che sono una pietra di scandalo...

Tuttavia, di fronte allo scandalo dei suoi ascoltatori, Gesù conferma questa sua affermazione, in modo particolarmente solenne: "Amen, amen, vi dico: Se non mangiate il corpo del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi vita... Infatti, il mio corpo è cibo reale e il mio sangue è bevanda reale." Si tratta quindi di mangiare il corpo e bere il sangue del Figlio di Dio, di partecipare a tutta la sua vita, di assimilare come cibo e bevanda tutta la vita di Gesù, e così giungere a una vita simile a quella che lui ha vissuto (cfr. Filippesi 2,5; Tito 2,11–12). Queste parole, però, rimandano anche alla sofferenza e alla morte di Gesù, alla fine violenta e ingiusta subita sulla croce, al suo corpo spezzato e al suo sangue versato, al dono della vita offerta per gli altri, dono dell’amore vissuto fino in fondo. Tutto questo è il segno dell’eucarestia, tutto questo racconta nella vita della chiesa...

È necessario comprendere che in questo annuncio eucaristico c'è un grande mistero di fede e al tempo stesso un grande mistero d’amore. È un mistero di fede, in quanto si tratta di mangiare e bere non un cibo e una bevanda comuni, ma nulla di meno che il corpo e il sangue del Figlio di Dio, disceso dal cielo (cfr. Giovanni 3,13; 6,38.41.42) e asceso ai cieli nel momento della sua morte e risurrezione (cfr. Giovanni 3,13; 20,17). È un mistero d’amore, perché è necessario ricevere, conoscere, amare e assimilare la vita di Gesù con la certezza che è una narrazione dell'agapé, l'amore di Dio per l'uomo (cfr. Giovanni 3,16; 15,9; 17,23–26).

Colui che crede in Gesù Cristo riceve qui quindi una grande possibilità, che lo stesso Gesù viva in lui e lui in Gesù: "Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui." E inoltre: "Come il Padre vivente mi ha mandato e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me, vivrà per me." Attraverso Gesù, il credente può partecipare alla stessa vita di Dio, vita divina e eterna (cfr. 2 Pietro 1,4)! In altre parole, chi vive dell'amore di Gesù (cfr. Giovanni 13,34; 15,12) vive della vita di Dio, che è amore (cfr. 1 Giovanni 1,8.16), amore più forte della morte (cfr. Cantico dei Cantici 8,6) e di qualsiasi peccato (cfr. Luca 7,47).

In questa luce comprendiamo bene le parole nel prologo del quarto Vangelo: "Il Verbo si fece carne" (Giovanni 1,14), carne che può essere assimilata nell'eucarestia, sia che abbia la forma delle parole di Gesù, sia che abbia la forma sacramentale del suo corpo e sangue. Così giungiamo a una profonda comprensione, che illumina il grande mistero dell’eucarestia e ci viene annunciato in tutto il Nuovo Testamento: Giovanni ci svela che l’eucarestia non è solo un memoriale della passione, morte e risurrezione di Gesù, ma una commemorazione di tutta la sua vita di Figlio, della sua vita presso il Padre prima che ci fosse il mondo, fino al suo ritorno nella gloria alla fine dei tempi. E questo è "il calice dell'unione" – secondo le parole di un padre della Chiesa – di cui partecipiamo ogni volta che ci accostiamo all’eucarestia.

(Tratto dal libro Annuncia la parola,
commento alle letture liturgiche domenicali, anno ciclo B
,
pubblicato dalla Casa Editrice Carmelitana
a Kostelní Vydří nel 2014.)