La liberazione del campo di concentramento di Dachau, alla quale non sopravvissero né Hilarius né Titus, fu vissuta da due dei nostri successivi vescovi e cardinali – Josef Beran e Štěpán Trochta.
Gli occupanti – allora come oggi – si prodigano per l'eliminazione delle élite di un popolo decimato, siano essi politici, sacerdoti, giornalisti o professori. Lo schema è molto simile. Dopo l'arresto e la detenzione segue la pena di morte, o il trasferimento in un campo "filtrante" e il rapimento in un campo di prigionia sul territorio dell'aggressore. Mentre durante l'occupazione tedesca spesso si riusciva a seguire e in molti casi a rintracciare il destino degli arrestati, e i nazisti tedeschi a Dachau consentivano ai prigionieri di corrispondere con i propri cari, al momento non ci sono notizie su centinaia di migliaia di ucraini rapiti in parti remote della Federazione Russa…
P. Josef Beran (1888–1969), rettore del seminario arcivescovile di Praga scomodo per i nazisti, fu arrestato dalla Gestapo il 6 giugno 1942 e imprigionato nel carcere di Pankrác, dove si aspettava la condanna a morte. Dopo circa un mese di detenzione, la Gestapo gli impose una "detenzione protettiva" e fu assegnato al "Baukommando" di Terezín. All'inizio di settembre 1942 fu trasferito a Dachau. In seguito ricordò il suo soggiorno a Pankrác:
Ero rinchiuso in cella con un uomo che era un fervente seguace di Masaryk e Beneš. Sapeva che sarebbe stato giustiziato, come del resto tutti noi ci aspettavamo. Aveva una famiglia e dei bambini ed era così immensamente triste che il suo sconforto ricadeva su tutti. Abbiamo cercato di consolarlo e tranquillizzarlo, e Dio sa quanto fosse difficile. Non pensava a Dio, poveretto, almeno non lo lasciò trasparire, e la sua devozione ai due presidenti la espresso con le parole: 'Prima che mi uccidano, dirò comunque: Viva la Repubblica Cecoslovacca, viva Beneš!' Non so quanto gli abbia dato forza, ma quando il giorno dopo vennero a prenderlo, partì con coraggio. A me è rimasto nell'anima un grande dolore. Circa un'ora dopo la sua partenza, forse proprio nel momento in cui lo giustiziarono, un corvo si posò sulla finestra della nostra cella. Canto triste e volò via. Mi sentii amareggiato, credo di aver pianto, e per tutta la notte mi sono pregato per lui. Dovetti poi costringermi con tutta la forza di volontà a dimenticare tutto ciò che avevo lasciato all'esterno: il seminario, la mamma, i miei cari, tutto. Avevo la sensazione che se mi fossi immerso anche solo per un attimo nei ricordi dei miei cari, del loro dolore e delle loro lacrime, avrei perso la testa e non sarei più stato io. L'inattività, quel mese ad attendere la morte, l'incertezza su ciò che stava accadendo all'esterno, sarebbero stati sufficienti a distruggermi, se Dio misericordioso non mi avesse sostenuto. Furono le preghiere e i perseveranti sacrifici dei miei cari a procurarmi questa forza.
Servitore di Dio Josef, intercedi per noi!
(Josef card. Beran /1888–1969/, ricordi della detenzione a Pankrác nel giugno 1942,
elaborato secondo https://kardinalberan.com/cz/zivotopis/)