Trasfigurazione del Signore

meditazione biblica sul quarto mistero del rosario della luce (1ª parte)

P. Vojtěch Brož

In tutti e tre i Vangeli sinottici, al centro della narrazione evangelica si trova l'evento della trasfigurazione del Signore. Questa collocazione al centro del testo parla già della posizione centrale di questo evento straordinario nella vita pubblica di Gesù. Per i discepoli che ebbero la grazia di essere testimoni di questa trasfigurazione di Gesù, fu un momento di rivelazione prepasquale della divinità di Gesù, della sua gloria. L'apostolo Pietro richiama questa esperienza anche nella sua seconda lettera per giustificare la sua fede in Gesù come potente Signore: “Quando vi abbiamo insegnato quanto potente è il nostro Signore Gesù Cristo e che Egli tornerà, non ci siamo appoggiati su miti abilmente inventati. Noi abbiamo visto con i nostri occhi la sua maestà. Egli infatti ricevette da Dio Padre onore e gloria, quando da essa somma grandezza divina venne la voce che diceva: ‘Questo è il mio Figlio amato, in lui ho posto il mio compiacimento!’” (2 Pt 1,16-18).

I tre racconti dell'evento della trasfigurazione si concordano nei tratti fondamentali: Gesù portò con sé tre dei suoi discepoli, cioè Pietro, Giacomo e Giovanni, su un alto monte e si trasfigurò davanti a loro: si mostrò in una nuova luce, nella gloria, insieme a Mosè ed Elia. Pietro commentò la visione e desiderò catturarla, ma ciò presto cessò e al suo posto si udì la voce del Padre, che dichiarò Gesù suo Figlio e lo raccomandò all'ubbidienza dei discepoli. I singoli Vangeli contengono poi i loro elementi particolari, che sono pienamente in linea teologica con ciascun evangelista. Nel seguente commento partiremo da Marco. Con Matteo e Luca osserveremo solo i loro elementi distintivi, che aggiungono qualcosa a Marco. Infine faremo una menzione della "trasfigurazione" nel Vangelo di Giovanni.

Marco (9,2–10)
Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò su un alto monte, per stare da soli. E lì si trasfigurò davanti a loro. Le sue vesti divennero splendenti e bianche – nessun candido sulla terra potrebbe così biancheggiare. Apparvero loro Elia con Mosè e parlavano con Gesù. Pietro prese la parola e disse a Gesù: ‘Rabbi, è bello che siamo qui. Facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia?’ Non sapeva infatti cosa rispondere; erano infatti spaventati. Allora apparve una nube e li avvolse. E dalla nube si udì una voce: ‘Questi è il mio Figlio amato, ascoltatelo!’ Quando si furono guardati attorno, non videro più nessuno se non Gesù solo. Scendendo dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, fino a quando il Figlio dell'uomo non fosse risorto dai morti. Questa parola la tennero per sé, discutendo fra loro che cosa significasse risorgere dai morti.

Il brano inizia con un'indicazione temporale proverbiale: dopo sei giorni. Questo è quindi il settimo giorno dalla confessione di Pietro a Cesarea di Filippo (8,27-30). I due eventi sono strettamente correlati. Mentre camminava, Gesù interrogò i suoi discepoli: ‘Chi dicono i uomini che io sia?’ I discepoli riassunsero l'opinione della gente: ‘Giovanni Battista, altri dicono Elia, altri uno dei profeti.’ Poi Gesù chiese ai discepoli: ‘E voi, chi dite che io sia?’ Pietro rispose a nome di tutti: ‘Tu sei il Messia!’ Nella scena della trasfigurazione verrà rivelato chi considera Dio Gesù. Fin dall'inizio della narrazione di Marco, si impone incessantemente la quesitone angosciante: “Chi è Gesù?” Qui siamo dunque veramente nel cuore del Vangelo di Marco, poiché a questa domanda ora viene data la più soddisfacente risposta umana (quella di Pietro), che sarà poi confermata e superata dalla risposta divina sul monte della trasfigurazione.

Gesù portò con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Questi tre discepoli sono insieme a Gesù anche nella resurrezione della figlia di Giairo (5,37) e poi nei Getsemani (14,33). Tutti e tre, insieme ad Andrea, li troviamo anche sul Monte degli Olivi (13,3) come destinatari del discorso escatologico di Gesù. Sono quindi testimoni privilegiati di Gesù. La loro presenza prioritario e esclusiva con Gesù in queste occasioni collega anche questi eventi, come accenneremo in seguito.

Li portò su un alto monte. Sin dai tempi di Cirillo di Gerusalemme, questa montagna è identificata con il Monte Tabor. Nel Vangelo però il nome non viene menzionato e di conseguenza acquisisce una funzione simbolica. Su questa montagna, sul monte della trasfigurazione, sembra che si sia culminata tutta la tradizione antica dell'incontro delle diverse persone con Dio. La montagna è nel Vecchio Testamento il luogo privilegiato della rivelazione divina e quindi dell'incontro con Dio. E non solo nel Vecchio Testamento. In molte religioni le montagne sono luoghi sacri, dove l'uomo cerca, in qualche modo intuitivamente, un incontro con il divino. La montagna è il luogo più alto nel paesaggio, più in alto è solo il cielo. Dalla montagna si è dunque più vicini al cielo. È anche un luogo che si trova al di fuori della sfera della quotidianità. Per arrivarci, una persona deve lasciare il proprio ambiente, il lavoro e le persone, e intraprendere un percorso arduo verso l'alto. Quando raggiunge la montagna, si eleva al di sopra della sua vita quotidiana opprimente. Si trova “sopra” e ottiene una visione d'insieme, può osservare il paesaggio della sua vita quotidiana da un'altra prospettiva, vede tutto in contesti più ampi, vede chiaramente dove portano i sentieri, spesso tortuosi e disordinati, lungo i quali cammina ogni giorno… La persona può semplicemente respirare, elevarsi, prendere distanza, liberarsi. La sua vita quotidiana si illumina e per un momento si trasforma. Tale esperienza può offrirla anche un'escursione in montagna. Qui però si tratta di qualcosa di più. Sulla montagna della trasfigurazione, l'uomo viene veramente trasformato.

Come tutti noi desideriamo una qualche trasformazione! Cerchiamo sempre cosa cambiare nel nostro stile di vita: comprare qualcosa di nuovo, conoscere, visitare luoghi sconosciuti. Cambiamo pettinature, vestiti, abitazioni, lavori, ruoli di vita, e alcuni addirittura partner… Molte persone credono nella reincarnazione, nella trasmigrazione delle anime. L'uomo è spinto da un desiderio di essere qualcun altro. Giochiamo giochi, teatro. Questo ci permette almeno per un momento, almeno nel gioco, di diventare qualcun altro. Dietro tutto ciò c'è un presupposto di una sorta di convinzione subconscia che non siamo chi dovremmo essere, non siamo nel posto dove dovremmo essere, non abbiamo ancora raggiunto ciò che desideriamo, non abbiamo ciò che dovremmo avere. Nel nostro cuore cresce una costante insoddisfazione che ci spinge a una continua ricerca, a una continua relativizzazione di tutto ciò che siamo già riusciti a conquistare. Abbiamo un'inquietudine nell'anima, piena di speranza, che tutto possa andare meglio. Il tempo porta cambiamenti e noi speriamo di poterci arrivare… L'uomo senza fede aspetta il cambiamento dal mero fluire del tempo. Se comprende che il tempo come grandezza fisica non necessariamente porta alcun cambiamento, può cadere nell'apatia, desistere. Oppure aspetta una qualche sorte di caso. Oppure stabilisce egli stesso l'obiettivo del suo desiderio e, da solo – spesso senza riguardo – vi si dirige.

E fu trasfigurato davanti a loro. Quando Gesù salì sulla montagna per essere trasfigurato, riempì così tutta la storia delle rivelazioni divine sulle montagne, soddisfacendo il desiderio dell'uomo di incontrare Dio e di una sua propria trasformazione. Gesù sulla montagna fu trasfigurato. L'espressione di Marco è un passivo teologico, un passivo divino, cioè un passivo con un autore occulto dell'azione, che è Dio. Dio ha trasformato Gesù. Non fu Gesù stesso, con la sua intelligenza e abilità, la sua forza e potenza, a sollevarsi oltre se stesso. Gesù fu trasformato da Dio. Così soddisfò il desiderio umano di trasformazione. Questo desiderio è già evidente nei miti greci antichi, che conoscono anch'essi le loro metamorfosi. Gli dèi assumono forma umana o animale. Anche l’uomo può trasformarsi in animale o viceversa. Tuttavia, l'uomo non diventa mai Dio. Nel Vangelo, però, si tratta di qualcosa di completamente diverso. Qui, l'uomo Gesù risplende come una creatura celeste. Tuttavia non cambia forma in modo tale da smettere di essere uomo. Gesù rimane se stesso, un uomo, eppure è trasfigurato. Quale trasformazione si sta dunque compiendo?

Le sue vesti divennero splendenti e bianche. L'abbigliamento ha nella Bibbia – e non solo in essa – sempre un profondo significato simbolico. L'abito non solo copre, ma si manifesta. L'abbigliamento appartiene alla persona, dato che questa si offre allo sguardo degli altri, la caratterizza e la identifica nella comunicazione con gli altri. L'abbigliamento di Gesù è splendente e bianco. La luce e il bianco sono attributi divini. La soprannaturalità della bianchezza degli abiti di Gesù è sottolineata dalla nota che nessun candido sulla terra potrebbe così biancheggiare. La sua bianchezza è ultraterrena. È anche il colore del Risorto o dei suoi messaggeri (Mc 16,5). La trasfigurazione rivela così la divinità di Gesù e preannuncia la sua futura gloria nella resurrezione. Gesù sulla montagna si è rivelato ai discepoli come risorto. Così ha mostrato loro la meta del cammino del Figlio dell'uomo.

Si mostrarono loro anche Elia e Mosè. Soprattutto come rappresentanti di coloro a cui Dio si è rivelato sulla montagna. Forse anche perché la loro presenza accanto a Gesù evidenzia la sua natura celeste. Infatti, entrambi, secondo la credenza popolare, erano esseri celesti, essendo stati presi in cielo. Non sono venuti sulla montagna, ma si “sono mostrati”, il che implica il loro stato celeste. Di Elia si credeva che fosse stato portato in cielo vivo su un carro di fuoco (2 Re 2,11). Di Mosè si sapeva che era morto, ma non si conosceva la sua tomba (Dt 34,6), il che ha dato origine a speculazioni sulla sua assunzione in cielo, come attesta anche il testo apocrifo Assunzione di Mosè. Mosè era invocato nella fede del popolo come intercessore, “affinché pregasse per i peccati e intercedesse per il popolo” (Giuseppe Flavio). Ora, quando entrambi si manifestarono accanto a Gesù trasfigurato e conversavano con lui, fecero luce sulla trasfigurazione di Gesù: egli appartiene al “loro” mondo, a quello ultraterreno, celeste. È particolare il fatto che Elia sia menzionato per primo, il che contraddice sia la cronologia sia l'ordine riportato da Matteo e Luca. Il motivo di questa particolarità è probabilmente che per Marco l'escatologia è più importante della storia. Si credeva che Elia sarebbe tornato alla fine dei tempi come precursore del Messia (Mc 9,11-13). C'è anche una scarsamente documentata convinzione che anche Mosè tornerà alla fine dei tempi. Tuttavia, non è documentato il loro arrivo comune. Elia doveva essere accompagnato da Enoch, anch'egli stato preso in cielo vivo (cfr. Gen 5,24). Probabilmente Mosè ha qui una funzione diversa rispetto a Elia. Mosè è un modello e un prefigurazione del Messia, mentre Elia è il suo accompagnatore escatologico. La presenza di entrambi, comunque, rivela Gesù come il vero Messia, con la cui venuta è giunto il tempo della salvezza escatologica. Almeno Pietro lo comprende in questo modo.

“È bello che siamo qui!” Pietro, vedendo la gloria di Gesù, vive il compimento che ogni uomo desidera. L'inquietudine interiore che fa sì che non possiamo restare a lungo da nessuna parte, svanisce all'improvviso e Pietro sente di non avere più dove andare. Tutto si è compiuto. Ora è possibile fermarsi, perché è bello essere qui. Pietro desidererebbe davvero che il tempo si fermasse. Vuole costruire tre tende. Non desidera fermare questo momento nel tempo, ma è convinto che sia giunto il termine del tempo. Infatti, Pietro sente che è giunto il compimento che gli ebrei attendevano e celebravano anticipatamente durante le Feste delle Capanne (cfr. Lv 23,42; Dt 16,15). Credevano che alla fine Dio abiterà con il suo popolo, come era stato con lui durante la traversata nel deserto, quando gli Israeliti abitavano nelle tende. Pietro comprende che ora sono già arrivate le ultime, escatologiche Feste delle Capanne. Non si tratta solo di catturare il momento, non si tratta di feste terrene, ma di tende celesti (cfr. Lc 16,9). Perciò desidera costruire tre tende per Gesù, Mosè ed Elia, e non per se stesso e gli altri discepoli.

Marco valuta la proposta di Pietro come un atto di ignoranza. Questa non consiste tanto nel voler catturare il momento, che deve ancora finire, né nel voler costruire tende terrene per esseri celesti, né nel porre Elia e Mosè sullo stesso piano di Gesù (dopo tutto Pietro sta parlando con Gesù!), ma soprattutto nel fatto che si oppone alla profezia di Gesù sulla sofferenza. Pietro voleva escatologia senza staurologia (da stauros = croce), gloria senza croce. La proposta di Pietro di costruire tre tende è il tentativo di catturare la prefigurazione della gloria e sfuggire alla sofferenza che Gesù aveva già profetizzato e che Pietro non comprende e non può accettare (8,32). Pietro vuole preservare, trattenere duramente la rivelazione della gloria celeste ed evitare così la sofferenza. Pietro vuole restare qui. Questo non è possibile, sarebbe contrario alla chiamata del discepolo a seguire Gesù lungo la via della croce. Pietro si oppone alla sofferenza. Questa è la reazione tipica di un discepolo prima di Pasqua, così come il terrore di tutti e tre i discepoli è la reazione umana generale durante una epifania, una rivelazione divina.

Allora apparve una nube e li avvolse. E dalla nube si udì una voce. La nube e la voce interpretano la visione e correggono la reazione di Pietro. Di norma nella Bibbia, una visione richiede una parola che la interpreti. Pietro ha tentato di interpretare da solo ciò che ha visto. Tuttavia, il suo commento non è sufficiente. Dio stesso ora fornisce la sua interpretazione.

La nube significa la presenza di Dio. Scese sul monte Sinai (Es 19,16; 24,15.18), scese anche sulla tenda nel deserto (Es 33,9-10; 40,34-38), riempì il tempio di Salomone nel giorno della sua consacrazione (1 Re 8,10-11). Ezechiele vide la gloria di Dio sotto forma di nube, che riempiva la casa del Signore (Ez 10,4). Tale rivelazione della gloria era attesa per il tempo finale: “Alla fine dei tempi, il Signore stesso mostrerà questo luogo e si rivelerà la sua gloria e la nube, simile a quella mostrata su Mosè e alla quale Salomone chiese affinché questo luogo fosse consacratissimo” (2 Mac 2,8). Ora la nube della gloria di Dio avvolge il Gesù trasfigurato e le due figure celesti. Dio fa ciò che Pietro voleva realizzare umanamente e materialmente: avvolge con la nube, segno della sua presenza e gloria. Con ciò, indica Gesù come il nuovo tabernacolo dell'incontro, il nuovo tempio, il luogo dove dimora la gloria del Signore.

La voce dal cielo fornisce un'interpretazione autorizzata della visione: “Questi è il mio Figlio amato!” Così il Padre stesso presenta il Figlio ai tre discepoli. La domanda più importante del Vangelo di Marco è: “Chi è Gesù?” L'unica risposta decisiva e valida a questa domanda può darla solo Dio. Siamo nel cuore del Vangelo. La confessione di Pietro a Cesarea è strettamente legata alla trasfigurazione. Allora Gesù chiese ai discepoli: “Chi dicono gli uomini che sia il Figlio dell'uomo?... E voi, chi dite che io sia?” Ora veniamo a sapere come Dio considera Gesù. Il Padre lo proclama come suo amato Figlio, come avvenne al battesimo nel Giordano (1,11). Gesù è il Figlio di Dio. Già nel titolo del Vangelo di Marco Gesù è presentato come Figlio di Dio (1,1). È dunque tale fin dall'inizio. Tuttavia, questa verità è stata finora rivelata solo gradualmente – nelle opere potenti di Gesù. I miracoli che compì, infatti, non erano una rivelazione chiara della sua divinità, piuttosto suscitavano la domanda: “Chi è costui?” La voce divina durante la trasfigurazione risponde a questa domanda in modo definitivo, rivelando così agli discepoli la verità su Gesù, annunciata già nel titolo del Vangelo. Alla fine del Vangelo di Marco, la stessa verità sarà da un pagano centurione (15,39).

La trasfigurazione è data in relazione al battesimo di Gesù nel Giordano. Il legame è la nube e la voce dal cielo. Entrambi si trovano all'inizio e al centro dell'attività di Gesù. La presenza dei tre discepoli pone la trasfigurazione anche in collegamento con la preghiera di Gesù nei Getsemani. Questo – solo in Marco – Gesù chiama Dio: “Abba, Padre!” (14,36). Questa invocazione – che si unisce all'accettazione incondizionata del calice e alla sottomissione alla volontà del Padre – rappresenta la risposta di Gesù al duplice testimonio del Padre su di lui. Gesù si fa vicino a Dio come a suo Padre e gli dimostra la sua dedizione filiale, così come il Padre lo ha proclamato come suo Figlio. Il collegamento con la preghiera di Gesù nei Getsemani colloca la trasfigurazione in diretta relazione con la sofferenza di Gesù. La stessa evento della trasfigurazione è accompagnato come contesto immediato dalla previsione della sua morte. Tuttavia, Gesù è trasfigurato, come se già incoronato dall'immortalità. E così entrambi – passione e resurrezione, umiliazione e gloria – sono qui intimamente intrecciati. La trasfigurazione è una profezia della resurrezione. Per un momento ai discepoli viene mostrato Cristo nella sua definitiva e futura forma. La sofferenza, che si trova tra questi due eventi, sarà transitoria e alla fine porterà alla gloria. Chi hanno realmente visto i discepoli? La forma risorta del Figlio dell'uomo. Durante il cammino verso la sofferenza, ai discepoli è mostrato il traguardo. L'immagine del Gesù trasfigurato deve rimanere davanti ai loro occhi e in questa luce devono guardarlo, quando lo vedranno impotente e umiliato, affinché comprendano che è sempre lui, che è sempre il Signore glorioso e il Figlio di Dio.

“Ascoltatelo!” Il Padre non rivela solo chi è Gesù per lui, vale a dire il Figlio amato, ma anche chi è per i discepoli, cioè l'autorità assoluta. Gesù è il Prorogato promesso, di cui Mosè disse: “Ascoltatelo!” (Dt 18,15). Allora era annunciato per il futuro, ora è dato da Dio come presente. Ora ogni parola di Gesù è confermata e autorizzata da Dio. Nel contesto si tratta specialmente delle predizioni di Gesù sulla sofferenza e resurrezione. Ascoltatelo – colui che ora parla della sofferenza.

Scendendo dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, fino a quando il Figlio dell'uomo non fosse risorto dai morti. L'ordine di mantenere il silenzio appartiene al mistero messianico. Qui, tuttavia, questo silenzio è temporalmente limitato: fino al momento in cui il Figlio dell'uomo risorge dai morti. Allora sarà possibile parlare della trasfigurazione, perché solo la resurrezione mostrerà questo evento nella luce giusta. La trasfigurazione si trova prima della sofferenza. Senza sofferenza, non è possibile comprendere correttamente la trasfigurazione. E la sofferenza sarà compresa solo attraverso la resurrezione.

La trasfigurazione si colloca nel cuore del Vangelo di Marco. A tutti i suoi lettori vale – proprio come ai tre discepoli – l'invito: “Ascoltatelo!” Ascoltatelo come risorto, anche quando siete ancora con lui sulla via della sofferenza.


1 2 3 4 5 6 7 8