meditazione biblica sul terzo mistero del rosario della luce (fine)
P. Vojtěch Brož
Annuncio come missione della Chiesa
Ai discepoli, con la visione del Signore risorto, è stata data una nuova conoscenza e comprensione di tutta la vita di Gesù e di tutto l'opera della salvezza. Hanno compreso le Scritture. Questa conoscenza non li esclude, affinché diventino una sorta di setta esoterica, un'élite chiusa che custodirà gelosamente per sé il suo sapere. La loro conoscenza diventa la loro missione. Ciò che hanno visto, devono testimoniarlo. In tutti i Vangeli, i resoconti pasquali della rivelazione del Risorto si concludono con il mandato ai discepoli: “Andate dunque, fate discepoli di tutte le nazioni, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo!” (Mt 28,19-20). “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura!” (Mc 16,15). “Così è scritto: Cristo sopporterà sofferenze e il terzo giorno risorgerà dai morti e nel suo nome sarà proclamata la conversione per tutti i popoli… a loro saranno perdonati i peccati. Voi siete testimoni di queste cose!” (Lc 24,45-48). “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, così io mando voi!” (Giovanni 20,21). Anche negli Atti: “Riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e in Samaria, e fino alla fine della terra” (At 1,8).
In questa missione dei discepoli si concludono i Vangeli, nei quali si narra il cammino di Gesù dalla Galilea a Gerusalemme, il cammino della sua vita pubblica, della sua predicazione e insegnamento, un cammino che si è realizzato nel mistero pasquale. Gesù non percorreva questo cammino da solo. Portava con sé i suoi discepoli: chiamò a sé quelli che voleva, ed essi vennero a lui. E ne costituì dodici, perché stessero con lui e li mandasse a predicare e a dare il potere di scacciare i demoni (Mc 3,13-15). Fin dall'inizio sono destinati a proclamare. Perciò Gesù li educa, portandoli ovunque con sé, affinché possano vedere tutto ciò che fa e ascoltare tutto ciò che dice, e anche dando loro indicazioni precise riguardo alla loro missione futura (cfr. Mt 10,5-11,1 e altri). Addirittura, prima della Pasqua, li inviò a predicare, quasi come prova (cfr. Mc 6,7-13).
L’effettivo inizio della missione dei discepoli di Gesù avviene dopo la sua resurrezione e ascensione e dopo la discesa dello Spirito Santo. La Chiesa, già esistente in segreto nell'intimità del cenacolo (At 1,12-14), nasce a Pentecoste, esce alla luce del mondo e si manifesta rumorosamente come un neonato. Pietro proclama il suo celebre sermone, il cui frutto è la conversione e l'accettazione del battesimo da parte di quanti lo ascoltano; erano quasi tremila (cfr. At 2,1-41). Da quel giorno, la nuova comunità dei discepoli di Gesù rimane nell'insegnamento degli apostoli (At 2,42). Gli apostoli non si lasciano spaventare e, anche dopo il primo interrogatorio davanti al Sinedrio, con coraggio annunciano la parola di Dio (4,31). Gli apostoli, il cui fondamento è la congregazione dei credenti, che aveva un cuore e un'anima sola, nella quale nessuno diceva di qualche cosa che fosse sua, testimoniavano con grande potenza la resurrezione del Signore Gesù (4,32-33). Dopo un ulteriore interrogatorio e flagellazione, che accettarono con gioia, perché per quel nome poterono soffrire angherie, insegnavano ogni giorno di nuovo nel tempio e nelle case e annunziavano la buona notizia che Gesù è il Messia (5,41-42). Quando nella comunità crescente e stratificata sorsero necessità di carattere più caritativo, gli apostoli giunsero alla determinazione: “Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio e serviamo alle mense.” Di conseguenza, stabilirono sette diaconi, la cui responsabilità dovesse essere il servizio alle mense. Il risultato di così liberate mani per gli apostoli è che la parola di Dio si diffondeva sempre di più e il numero dei discepoli a Gerusalemme cresceva sempre di più... (6,2.7). Così potremmo passare attraverso tutta la lettera degli Atti degli Apostoli. In tutte le regioni giungono gli apostoli (il cui numero cresce anche con l'aggiunta a quelli dodici di Barnaba, Paolo, Silas, Timoteo e altri) e annunciano la parola. L'evangelio di Gesù, nella sua diffusione, abbatte ogni ostacolo che gli si oppone, abbatte le mura che gli esseri umani hanno eretto tra di loro, abbatte le ostilità tra giudei e samaritani, tra giudei e pagani. Come un ritornello risuonano nei racconti le affermazioni sintetiche di Luca, del tipo: la parola di Dio si diffondeva e cresceva (12,24), oppure: la parola del Signore si diffondeva con potenza all'esterno e cresceva all'interno (19,20). L'intero racconto degli Atti degli Apostoli può essere compreso come un cammino, come “la corsa della parola” (cfr. 2 Ts 3,1) da Gerusalemme a Roma.
La Chiesa primitiva è principalmente un'inviata della parola, dell'evangelo, della buona novella. Paolo vede nella proclamazione dell'evangelo la sua missione prioritaria (cfr. 1 Cor 1,17). E incoraggia il suo successore: “Predica la parola! Stai pronto, in tempo e fuori tempo, rimprovera, vieta, esorta con ogni lungimiranza e insegnamento!” (2 Tim 4,2) La Chiesa come annunciatore dell'evangelo continua la missione stessa di Gesù, per il quale la proclamazione era anche il primo punto della sua missione. Tra la missione di Gesù e la missione della Chiesa quindi esiste identità e continuità. La proclamazione della Chiesa è un prolungamento della proclamazione di Gesù. La differenza è solo nel fatto che il contenuto della proclamazione di Gesù era: “Il regno di Dio è vicino!”, mentre il contenuto della proclamazione della Chiesa è: “Gesù è risorto dai morti, Gesù è il Signore!” Questa differenza ha fondamento nel mistero pasquale di Cristo, che segna la distinzione tra la missione terrena di Gesù e la missione della Chiesa. Gesù proclamava il regno di Dio, che – in lui – era vicino, la Chiesa proclama che Gesù crocifisso e risorto è il Re, che già ha assunto il governo del mondo, perché con la sua morte ha vinto il Governante di questo mondo. Pertanto, il messaggio fondamentale della Chiesa è Gesù crocifisso e risorto. Così scrive Paolo ai Corinzi: “Noi predichiamo Cristo crocifisso” (1 Cor 1,23). E al suo figlio spirituale Timoteo: “Ricorda Gesù Cristo, discendente di Davide, risorto dai morti. Questo è il mio evangelo” (2 Tim 2,8).
La Chiesa continua nella missione di Gesù. Non deve solo annunciare i suoi insegnamenti, ma deve anche proclamarli nel suo spirito. San Paolo, modello dell'apostolo, può darci testimonianza della propria esperienza: “Quando sono venuto da voi per annunciare la testimonianza di Dio, non sono venuto con un'eccellente eloquenza o saggezza. Infatti, ho deciso di non sapere nulla presso di voi, se non Gesù Cristo e questi crocifisso. Sono venuto da voi in debolezza, con timore e tremore. E la mia parola e l'annuncio non dipendevano da parole persuasive di sapienza umana, ma dalla manifestazione dello Spirito e della potenza. Questo affinché la vostra fede non sia fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1 Cor 2,1-5). Paolo qui mostra come il contenuto della proclamazione, che è Cristo crocifisso, corrisponda allo stile con cui è proclamato: debolezza, umiltà. La semplicità e l'integrità dell'annunciatore sono per Paolo legate a una determinazione che non si arrende, poiché è sostenuta dalla forza di Dio: “Quando siamo stati affidati a questo ministero, non ci lasciamo dominare dalla disperazione, perché Dio ci aiuta misericordiosamente. Non usiamo artifizi disonesti, non agiamo con astuzia, né falsifichiamo la parola di Dio. Ma annunciamo la verità con totale franchezza… Infatti, noi non annunciamo noi stessi, ma predichiamo che Gesù Cristo è il Signore, noi però siamo i vostri servitori per amore di Gesù” (2 Cor 4,1-2.5). Il servitore della parola deve scomparire dietro la parola che ha proclamato, nell'umiltà del precursore del Signore e amico dello Sposo, che è solo “voce di colui che grida nel deserto” (Giovanni 1,23; 3,27-30), mentre lo Sposo è la Parola. Solo la parola ha significato e senso, non la voce. Paolo si preoccupa che, come annunciatore, non offuschi il messaggio. Pertanto, si oppone alla saggezza umana, all'abilità verbale e alla furbizia, “affinché la croce di Cristo non venga svuotata” (1 Cor 1,17).
Se è vero di Gesù, che è la Parola di Dio, che non può dire nulla da se stesso, tanto più è vero per i suoi discepoli. Essi possono proclamare solo ciò che hanno ricevuto da lui, insegnare ciò in cui sono stati prima istruiti (cfr. Mt 28,20). Solo i discepoli possono diventare apostoli e annunziatori. Non hanno una loro parola, ma la parola del loro Maestro. San Paolo, grande annunciatore della parola, che vede la sua missione solo nella proclamazione, conosce la sua povertà rispetto alla parola che deve annunciare. Da un lato ammette umilmente: “Vi ho trasmesso innanzitutto ciò che ho ricevuto...” (1 Cor 15,3) D’altro lato – e si mostra così ulteriormente la paradossale situazione dell’annunciatore, che deve dare ciò che non è suo – chiede ai suoi fedeli di intercedere per lui, affinché gli venga dato di parlare correttamente: “In ogni occasione pregate e supplicate… anche per me, affinché mi sia dato di proclamare con coraggio il mistero dell'evangelo... e che parli senza paura, come è il mio dovere” (Ef 6,18-24).
Così come Gesù, anche gli annunciatore del suo evangelo devono contare con la persecuzione, che è connessa alla loro missione. Già nella parabola del seminatore, Gesù parlava della tribolazione e della persecuzione per questa parola (Mt 13,21). Ai suoi discepoli lo predisse esplicitamente: (Giovanni 15,20). L'adempimento di queste parole non si fece attendere. Dopo i primi sermoni di Pietro a Gerusalemme a Pentecoste e dopo, gli apostoli furono arrestati e interrogati dal Sinedrio. E benché i membri di quest'ultimo non potessero dimostrare la colpa degli apostoli, tuttavia chiamarono a sé gli apostoli, li fecero flagellare e ordinarono loro di non parlare più nel nome di Gesù… (At 5,40). L'apostolo Paolo, continuando la sua proclamazione, è costantemente perseguitato, imprigionato, flagellato, lapidato… (cfr. 2 Cor 6,3-10; 11,23-26). L'apostolo Giovanni, invece, fu esiliato per la proclamazione della parola di Dio sull'isola chiamata Patmos (Ap 1,9). Ogni persecuzione per la parola di Dio non deve sorprendere i discepoli. Gesù li benedice (Mt 5,11-12). E non solo: la persecuzione e gli interrogatori diventano persino un'opportunità per adempiere la loro missione: “Vi metteranno in giuda e vi flagelleranno nelle sinagoghe, vi condurranno davanti ai governatori a causa mia, affinché rendiate testimonianza a loro e anche ai pagani” (Mt 10,17). Un apostolo può alla fine rimanere in silenzio, proprio come il Servitore del Signore, come lo stesso Gesù. Un apostolo può anche essere costretto a tacere. Ma non la parola di Dio. “Proprio a causa di essa (dell'evangelio) io soffro, persino come un criminale in catene. Ma la parola di Dio non è incatenata!” (2 Tim 2,8-9)
La proclamazione di Gesù come mistero di salvezza
La proclamazione di Gesù è un evento salvifico. Stabilisce il tempo della salvezza, annuncia e porta il regno di Dio. Possiamo quindi considerare la proclamazione di Gesù un “mistero” di salvezza. Con il termine “mistero” comprendiamo un evento della vita di Gesù carico di contenuto salvifico, che è celebrato come tale dalla Chiesa nella sua liturgia. Raniero Cantalamessa evidenzia la presenza di questo mistero di proclamazione nella nostra liturgia:1
È vero che non esiste una particolare festa liturgica per la proclamazione di Gesù (similmente a come esiste per la sua nascita, trasfigurazione, morte, ecc.). Ma è altresì vero che ad ogni liturgia la Chiesa ricorda la proclamazione di Gesù. “Il culto della parola”, parte integrante di ogni messa, non è altro che l'aggiornamento liturgico di Gesù che annuncia. I documenti del Concilio Vaticano II affermano: “Cristo… è presente nella sua parola: egli parla quando si legge la Sacra Scrittura nella Chiesa” (SC 7). Come nella storia, dopo aver annunciato il regno di Dio, Gesù andò a Gerusalemme per offrirsi al Padre come sacrificio, così nella liturgia, dopo aver nuovamente pronunciato la sua parola, Gesù rinnova il sacrificio di se stesso al Padre nell'eucaristia. Quando alla fine della prefazione chiamiamo: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore, Osanna nell’alto dei cieli”, nello Spirito ci trasportiamo in quel momento in cui Gesù entra a Gerusalemme per celebrare la sua Pasqua. Quando finisce il tempo della proclamazione, inizia il tempo della sofferenza.
Se parliamo della proclamazione di Gesù come di un “mistero”, che è uno dei termini già utilizzati nella antica Chiesa per “sacramento”,2 realizziamo il “carattere sacramentale” della proclamazione di Gesù e della parola di Dio in generale, la sua prossimità ai sacramenti. Così come i sacramenti ci rendono presente l'evento di salvezza che si è compiuto in Gesù Cristo, così anche la parola proclamata. La parola di Dio è anche un evento salvifico. La parola ebraica DáBáR significa non solo “parola”, ma anche “atto”. Ogni parola stabilisce una certa situazione, è operativa, è una forza che segna la storia. Se questo è vero per le parole umane, perlomeno alcune di esse, tanto più dev'essere vero per la parola di Dio, che è onnipotente. In Dio non c'è distanza tra parola e atto. Dio non ha parole vuote. Quando Dio parla, si verifica ciò che dice. Dio crea il mondo con la parola (cfr. Gen 1; Eb 1,3). La parola di Dio, uscita dalla bocca di Dio, non ritornerà a lui senza effetto, ma – come la pioggia e la neve che innaffiano la terra – compirà ciò per cui è stata inviata (cfr. Is 55,10-11). Il seme della parola cresce e si sviluppa, di giorno e di notte, che l'uomo sia sveglio o dorma, egli non sa come. Il seme ha il potere di fecondare la terra, che – se ha veramente accolto il seme della parola – produce frutti da sola (Mc 4,26-28). La parola di Dio è piena di vita e di forza (Eb 4,12). Questo vale per ogni parola di Dio, sia che essa con la quale Dio crea il mondo all'inizio, o che essa con la quale Cristo risuscita Lazzaro. Viene applicato anche alla parola che annuncia la Chiesa, che non è solo una parola umana, ma una vera parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13). Da qui deriva la sicurezza degli annunziatori dell'evangelo: “Non mi vergogno del Vangelo, perché (esso) è potenza di Dio per la salvezza di tutti coloro che credono” (Rm 1,16). La parola di Dio è potente. Ogni parola di Dio è originata dalla Parola unica. Giovanni nell'Apocalisse vede questa “Parola di Dio” come un cavaliere su un cavallo bianco, che si chiama “Fedele e Giusto”. Il cavallo è il simbolo di una potenza aggressiva, proprio come la spada che esce dalla bocca del cavaliere. Il colore bianco significa divinità e vittoria. Il cavaliere è accompagnato da un esercito celeste su cavalli bianchi. Così si apre la strada vittoriosa attraverso la storia Colui il cui altro nome è “Re dei re e Signore dei signori” (cfr. Ap 19,11-16). Ribadiamo che la sua unica forza è Lui stesso – in quanto Parola di Dio.
La parola di Dio è sempre un evento. Ecco perché i profeti attestano l'intervento della parola di Dio nella propria vita come un evento: “La parola del Signore avvenne a me…” Questo vale fino all'ultimo profeta, Giovanni Battista: Nel quindicesimo anno del governo dell'imperatore Tiberio… la parola di Dio venne a Giovanni (così letteralmente in greco), figlio di Zaccaria… (Lc 3,1-2). Poi questa formulazione nella Bibbia scompare completamente e viene sostituita da un'altra: La Parola si fece carne (Giovanni 1,14). La Parola non è più solo un evento, ma diventa una persona. Non appare mai nella Bibbia: “La parola di Dio è diventata Gesù…”. Questo perché la parola di Dio non è qualcosa di esterno a Gesù, che si aggiungerebbe a lui. Gesù è quella Parola, che è sia parola che atto, significato e realtà, valore e sua piena realizzazione. Poiché in Cristo si esprime e si realizza tutto il contenuto della vita divina, questa Parola, incarnata, è l'ultima e definitiva parola di Dio verso il mondo. Dio non ha nulla di più da dire, perché ha detto tutto. Ciò non significa che noi non possiamo più sentire nulla da Dio. Proprio in questo la parola di Dio somiglia ai sacramenti. R. Cantalamessa evidenzia ancora una volta l'analogia tra la parola di Dio e il sacramento:3
Anche il sacrificio di Cristo è stato concluso e chiuso sulla croce. In un certo senso, quindi, non ci sono più sacrifici di Cristo. Eppure sappiamo che esiste ancora un sacrificio e che è l'unico sacrificio della Croce, che diventa presente e operante nel sacrificio eucaristico. L'evento continua nel sacramento, la storia nella liturgia. Un qualcosa di analogo accade con la parola di Cristo: ha smesso di esistere come evento, ma esiste ancora come sacramento… L'evento storico della Parola si è concluso con l'ascensione di Cristo, ma lo Spirito, che ha operato in quell'evento, “rimane per sempre” (cfr. Giovanni 14,16). Perciò anche quell'evento dura per sempre. Non ci sono più nella Chiesa parole come evento; la parola di Dio non scenderà più su nessuno come una volta su Samuele, Geremia o Giovanni Battista. Ci sono però parole come sacramento. Le parole come sacramento sono le parole di Dio che si sono “verificate” una volta per tutte, che sono raccolte nella Bibbia e tornano ad essere “una realtà attiva” ogni volta che la Chiesa le proclama con autorità. Lo Spirito, che le ha inspire, le riaccende nei cuori di coloro che le ascoltano… Come nell'Incarnazione, Cristo si nasconde sotto il velo della carne e nell'Eucaristia sotto il velo del pane, così nella Scrittura si nasconde sotto il velo della parola. Nell'incarnazione Dio si nasconde nell'umiltà della natura umana; nella Scrittura si nasconde nell'umiltà della parola umana.
Questo carattere sacramentale della parola di Dio in noi deve provocare il dovuto rispetto verso la parola di Dio. Ancora una volta, possiamo trovare un'analogia con i sacramenti, specialmente con il Santissimo Sacramento. Già Origene avvertiva i cristiani:4
Voi, che siete abituati a partecipare ai segreti divini, quando ricevete il corpo del Signore, custoditelo con la massima attenzione e rispetto, affinché nemmeno un briciolo cada a terra, affinché nulla si perda del dono consacrato. È la vostra convinzione – e una convinzione giusta – che è peccato lasciarlo cadere a causa della negligenza. Se per la custodia del suo corpo siete così rispettosi – ed è giusto che lo siate – ritenete che sia un peccato minore trascurare la parola di Dio rispetto a quando trascurate il suo corpo?
Quella parola è la vostra vita
Il rispetto e l'amore da parte nostra appartengono alla parola di Dio non solo per il fatto che è la parola di Dio, la parola del Signore, tre volte santo. La parola di Dio deve essere a noi cara anche perché è il nostro pane quotidiano, la parola della vita.
Il popolo eletto deriva la sua esistenza dalla parola di Dio. La sua storia inizia quando il Signore parlò ad Abramo (Gen 12,1). Quando poi Mosè guidò il popolo fuori dalla schiavitù egiziana, infuse nel suo cuore le parole della legge di Dio, su cui poggia l'esistenza di Israele: “Ora dunque, ascolta i divieti e le norme che ti insegno a osservare, affinché tu viva…” (Dt 4,1). Israele dipende completamente dalla parola di Dio. “L'uomo non vive solamente di pane, ma vive di tutto ciò che esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3). Perciò si ripetono continuamente gli inviti ad ascoltare la parola e ad obbedire. Su di essa dipende la vita. “Fate attenzione a tutti i miei comandamenti che oggi vi attesto… Non è un parola vuota; essa è la vostra vita. Per questa parola vivrete a lungo nella terra che state per entrare oltre il Giordano…” (Dt 32,46-47). La riflessione retrospettiva di Israele sul potere della parola di Dio, sulle grandi opere che attraverso di essa si sono compiute nella storia, porta il popolo credente a comprendere che la parola di Dio è la base di ogni vita e di ogni esistenza. Con la parola di Dio è stato creato il mondo (Gen 1). La parola di Dio che risuona nel cuore di ciascuno di noi è la sorgente della nostra esistenza, come esprime magistralmente sant'Ambrogio: “La parola di Dio è la sostanza vivente della nostra anima; la vivifica, la pasce e la governa. Non c'è nulla, oltre alla parola di Dio, che possa vivificare l'anima umana.”5
La parola della creazione è il presupposto per la successiva parola di rivelazione e di redenzione. Con la parola siamo stati creati senza la nostra volontà. La redenzione non può prescindere dalla nostra volontà. La nostra esistenza cristiana inizia con l'accettazione della parola di Dio, essa ci ingenera a una nuova vita. Vi è stato dato nuova vita, non da un seme corruttibile, ma da un seme incorruttibile: dalla parola di Dio vivente e permanente. Infatti “ogni uomo è come l'erba e tutta la sua gloria come il fiore dell'erba. L'erba si secca e il fiore appassisce, ma la parola del Signore dura in eterno” – cioè la parola dell’evangelo che vi è stata annunziata (1 Pt 1,23-25). Questa parola deve essere accolta nella fede, presa così a cuore che la persona la sostiene, il che si manifesta con la confessione. Nella lettera ai Romani, Paolo pone la nostra giustificazione e salvezza nella fede e nella confessione, che tuttavia sono possibili solo grazie alla proclamazione: “Vicino a te è quella parola, la hai sulla bocca e nel tuo cuore; questa è la parola di fede che annunciamo. Se quindi con la bocca confessi che Gesù è il Signore, e credi nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato. La fede nel cuore porta alla giustizia, la confessione con la bocca porta alla salvezza… Infatti, chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ma come possono invocarlo, se non hanno creduto in lui? E come possono credere, se non hanno udito di lui? E come possono ascoltare senza l’annunciatore?… La fede viene dall’udire, e l’udire si fa per mezzo della parola di Cristo (Rm 10,8-17). La fede significa prima di tutto accogliere la parola. Ma questo è efficace, così che la sua vera accettazione si manifesta attraverso l'azione. Sant'Giacomo ci esorta: “Ricordatevi questo, miei cari fratelli: l’uomo deve essere pronto ad ascoltare, ma lento a parlare… In silenzio siate ricettivi per la parola che è stata piantata dentro di voi come seme e può salvare la vostra anima. Ma quelle parola dovete metterla in pratica, e non solo ascoltarla. Altrimenti ingannereste voi stessi!” (Giac 1,19-22).
Israele è orgoglioso della sua Legge, della parola del Dio vivente. Sa che ciò lo rende speciale. “Esiste forse un’altra grande nazione a cui siano così vicini gli dèi come è vicino a noi il Signore, nostro Dio…? E ha una grande nazione che abbia leggi e diritti così giusti come tutta questa Legge che oggi vi presento?” (Dt 4,7-8) Il popolo eletto esprime il proprio rispetto verso la parola di Dio custodendo le parole (DeBaRíM) del decalogo nell'arca dell'alleanza; questa si trovava nella parte più interna del tabernacolo, nel santissimo, che in ebraico si chiama DeBíR. Così la parola di Dio rappresentava il segreto più profondo della storia di Israele.
La Chiesa è la nuova arca dell'alleanza, che custodisce nel suo intimo la parola di Dio. Similmente a Maria dopo l'Incarnazione, la quale è anch'essa onorata dai credenti come “Arca dell'Alleanza”, la Chiesa porta nel suo cuore la Parola di Dio, affinché la generi nel mondo attraverso il suo apostolato. La Chiesa, nell'oscurità e nel silenzio, ascolta il suo Sposo, e ciò che ascolta lo proclama dalle terrazze, portandolo alla luce del mondo (Mt 10,27).