Františkánský apokryf
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Alcuni spunti dalla lettura della regola carmelitana di San Alberto (parte 4)
P. Gorazd Cetkovský, O.Carm.
Ora, fratelli e sorelle, mi prendo un momento per deviare brevemente per ravvivare la nostra spiegazione della regola. In tutto il mio racconto dico: "Guardate, la regola di san Alberto è un testo assolutamente fondamentale per noi, che i carmelitani seguono da ottocento anni. E continua a essere stimolante, perciò ho il coraggio di presentarvi ora la sua interpretazione, voi che vivete all'inizio del terzo millennio, che avete i telefoni in tasca e che, come persone del nostro tempo frenetico, avete molte preoccupazioni..." Ma se guardiamo con maggiore attenzione alla storia e seguiamo quale ruolo ha davvero svolto la regola di san Alberto nella storia del Carmelo, ci rendiamo conto che non è affatto così semplice. I fratelli e le sorelle che ci hanno preceduto avevano in certi periodi una conoscenza di essa, direi, abbastanza annebbiata. È interessante. Non la esaminavano affatto così nel dettaglio come facciamo noi. Per vari motivi. Ne cito solo uno, che è piuttosto sorprendente.
Nel Medioevo i nostri fratelli (ma anche le persone di quel tempo) erano audaci nella loro creazione di leggende. E nell’ambito di ciò giunsero alla convinzione: "Guardate, se il nostro ordine è nato sul monte Carmelo, allora certo esisteva lì fin dai tempi di Elia. Ininterrottamente! Elia – deve essere lui il fondatore dei carmelitani! E la primissima regola che i frati avevano, l'ha sicuramente data loro questo profeta!" Poi si dice che nel V secolo ricevettero un'altra regola da un certo vescovo Giovanni di Gerusalemme – che era la seconda. E solo nel XIII secolo si dice che arrivò questa terza – quella di Alberto, che è giunta fino a noi... Non è difficile immaginare che per i frati che vivevano nell'atmosfera di queste leggende, il testo della regola di Alberto non avesse il peso straordinario che ha oggi per noi.
Non lo dico per trascinarvi attraverso regioni opprimenti di una storia eccessivamente prolissa. Lo menziono per mostrarci che è davvero una grazia quando oggi abbiamo una visione della nostra regola purificata da tali sovrastrutture. Sì, Elia è il padre spirituale del Carmelo. Fin dall'inizio, i nostri primi frati, laddove si sono stabiliti sul Carmelo, percepivano che la sorgente locale si chiama sorgente di Elia, che una delle caverne locali porta da tempo immemorabile il nome: dimora di Eliseo. E ogni volta che leggevano le Scritture, sentivano che Elia era sul Carmelo, che lì affrontò la sfida con i profeti pagani. E riguardo a Eliseo le Scritture dicono che andò sul Carmelo. Quindi, il collegamento della nostra comunità con l'esempio dei profeti Elia ed Eliseo è indiscutibile. Ma non si tratta di una continuità diretta, storica. Questa è narrata solo dalle leggende. Mentre oggi sappiamo chiaramente che, se vogliamo occuparci delle regole secondo cui i primi carmelitani realmente vivevano, le troviamo proprio nella regola di Alberto.
In questo breve viaggio nella storia della regola di Alberto e del modo in cui il Carmelo ha considerato la regola di Alberto, menzionerò anche santa Teresa d'Avila. Lei e con lei il Carmelo scalzo parlano di "prima regola", a cui desiderano tornare, che desiderano preservare. Nel XV secolo, infatti, la regola di san Alberto fu attenuata da vari decreti di altri papi. (Queste indicazioni non furono incorporate nel testo stesso della regola, ma vengono presentate come aggiunte ad essa, separatamente.) Quando santa Teresa scoprì che il testo della regola esisteva inizialmente senza queste aggiunte, voleva attenersi alla sua forma più antica, "originale". Ma stiamo tranquilli: non aveva davanti a sé nessun altro testo se non quello che noi commentiamo in questa nostra riflessione: la regola di san Alberto di Gerusalemme, come la rielaborò e la approvò papa Innocenzo IV nel 1247.1
Torniamo ora al testo della regola e concentriamoci su ulteriori pensieri che in esso sono presentati. Un'altra parte interessante per noi è il capitolo sulla proprietà. Con la proprietà tutti – sia che piaccia o meno – ci rapportiamo nella vita. E questa ha il potere di attrarre i nostri cuori. Se qualcuno ha beni e più beni, vi si attacca molto facilmente. Ma il pericolo incombe anche su chi non ha particolari beni. A volte ci troviamo di fronte al fatto che proprio colui che non ne ha è così influenzato da essi, che promette troppo e che si concentra su di essi con il desiderio molto più di chi li ha. Qui notiamo che san Alberto dice ai fratelli: "Tutto ciò che avete sia condiviso." In questo modo si spezza quel pungente sperone delle nostre idee: "Questo è mio, questo sono io..." Il misantropo di Molière, quando gli portano via i soldi, grida: "Omicidio!" Non furto, ma omicidio. Si sente privato della vita, di se stesso. Mentre san Alberto ci insegna a rimediare con l'atteggiamento: "Tutto ciò che avete sia condiviso."
E poi – e questo può suonare strano o addirittura comico – la regola dice: "... se necessario, potete avere asini o muli e alcuni animali utili o una piccola quantità di pollame." Qui è importante sapere in quali condizioni storiche è stato detto. Gli animali qui consentiti non erano affatto rappresentativi. Tuttavia, la regola non menziona i cavalli, il che significa che i carmelitani non potevano averne. Affinché non ne fossero orgogliosi, affinché non si organizzassero ad esempio una scuderia – qualcosa del genere, che sarebbe potuto fornire, ma che avrebbe potuto distogliere il loro cuore dal Signore. D'altra parte, l'autore della regola era ben consapevole (ma questo è proprio un'aggiunta di Innocenzo, quindi se ne rendevano conto coloro che rielaborarono la regola di Alberto nel 1247) che i fratelli avevano anche bisogno di vivere. Dichiarare: "Non ho bisogno di beni" o: "Non mi preoccupo dei beni" è un atteggiamento da guascone. Non è possibile. Noi viviamo su questa terra e abbiamo bisogno di cose per il nostro sostentamento. Ma è giusto che queste cose servano a noi, e non noi a loro. E in questo senso più ampio, ciò che qui la regola prescrive ai religiosi è un impulso che ciascuno di noi può trasferire alla propria situazione di vita: i beni sono solo un mezzo, uno strumento! Uno strumento per poter vivere, per poter fare felice qualcuno, per poter servire o contribuire a qualcuno che ne ha meno di noi. Ma le cose materiali non devono essere qualcosa che ci trascini nella vita.
Poi san Alberto in un breve paragrafo esorta: "Se è possibile farlo facilmente, si stabilisca una cappella nel mezzo delle celle, dove ogni mattina vi riunirete per celebrare l'eucaristia, se sarà possibile farlo senza difficoltà." Questa è una disposizione molto importante. Ho riflettuto sul fatto che quando il vescovo Alberto esprime questo comando in modo così conciso, potrebbe essere segno di quanto chiaro consideri questo aspetto importante e che non vede la necessità di commentarlo ulteriormente. Molto spesso, quando vogliamo convincere qualcuno di qualcosa e abbiamo paura di non riuscire a esprimerlo bene o che lui non capisca, lo spieghiamo in lungo e in largo, ci torniamo sopra... Ma quando parliamo di ciò che abbiamo, come si suol dire, "a posto", lo abbracciamo in una sola frase e presumiamo che l'altro ce l'abbia a posto anche lui. Questa è a volte la difficoltà per gli insegnanti o per chi comprende qualcosa: un tale individuo ve lo dirà in un colpo solo e presume che anche voi siate già "nella questione".
Confrontate questa disposizione nella regola, che se è possibile, la comunità deve riunirsi ogni mattina per la Santa Messa, con uno degli ultimi documenti del pontificato di Giovanni Paolo II, intitolato: La Chiesa vive dell'eucaristia. Il Concilio Vaticano II e allo stesso modo questi documenti dell'epoca più recente ricordano continuamente che l'eucaristia è il culmine e la fonte della vita della Chiesa. Il testo della nostra regola lo applica esattamente allo stesso modo alla comunità. Mi confesso: ma la domanda mi provoca sempre: "Come posso viverlo concretamente?" È facile dire che l'eucaristia deve essere il centro. Come posso prepararmi per la Santa Messa domenicale e come devo vivere la Santa Messa domenicale affinché mi unisca davvero alla parrocchia? Affinché sia veramente il più forte che vivo con gli altri parrocchiani. E come posso fare con la comunità? Come posso prepararmi per la Santa Messa che concelebro con i miei fratelli affinché la Santa Messa mi unisca davvero a loro? Affinché il fatto che "l'eucaristia è il culmine e la fonte della vita della Chiesa" non sia solo un'espressione scritta su carta, detta da qualcuno. Ma perché io – magari non oggi, forse tra un anno, forse tra dieci, forse tra venti anni, ma un giorno – possa dire: "So di cosa si tratta. So di cosa parla il vescovo Alberto e so cosa ci invita Giovanni Paolo II. Ora lo capisco..." Non perché qualcuno l'abbia formulato in questo modo e io l'abbia appreso da qualche libro o documento e da quel momento in poi lo citi, ma perché nel cuore mi è chiaro. Perché così vivo!...
Così come l'ho presentato ora, fratelli e sorelle, riguarda anche voi – laici. Come partecipare alla Santa Messa nella parrocchia? Penso ora in particolare alla Santa Messa domenicale e festiva. Come viverla affinché andiamo in profondità, affinché sia per noi qualcosa che realmente ci unisce a Cristo e che ci unisce agli altri?
Inoltre, il vescovo Alberto ci ordina di essere alla Santa Messa ogni giorno. Fratelli e sorelle, vorrei incoraggiarci a rinnovare in noi stessi – davvero intenzionalmente, con attenzione – l'ideale di essere spesso alla Santa Messa. Non dico che dobbiamo iniziare da domani. O da questa settimana. Perché so che avete famiglie, avete bambini piccoli, avete molti impegni. Lo presento come un ideale. Affinché ciascuno di noi abbia in sé il desiderio: "Quando un giorno potrò, andrò spesso alla Santa Messa." O: "Già ora se potessi, andrei spesso alla Santa Messa..." È importante che abbiamo tale ideale. Bene – forse per alcuni anni non riusciremo a realizzarlo. Ma mi dispiace davvero vedere che non solo siamo pochi alla Santa Messa nei giorni feriali, ma che le persone, che già potrebbero, non vengono. Quando la loro vita nella vecchiaia si inclina lentamente, perché non inclinarsi verso Dio – anche in questo modo? C’è una grande saggezza nel fatto che un tempo gli anziani andavano spesso alla Santa Messa. Così è sempre stato che nei giorni feriali alla Santa Messa andavano soprattutto le persone anziane. Ripeto: non voglio in alcun modo essere insensibile nei confronti delle giovani famiglie o di coloro che sono in piena attività e che oggi lavorano davvero come schiavi molto più di otto ore al giorno, e a tutto ciò ancora imporre che devono essere alla Santa Messa nei giorni feriali. Ognuno di noi sa quali sono le proprie possibilità e quali sono le proprie riserve. Ma abbiamo questo ideale. Teniamo questo dinanzi a noi come qualcosa a cui un giorno ci piacerebbe arrivare – quando le circostanze ce lo permetteranno.
Un altro spunto concreto su questo tema: quando parliamo del fatto che l'eucaristia è il centro della nostra vita e della vita della comunità in cui viviamo, affrontiamo anche la questione: come vivere la Santa Messa domenicale alla quale non posso partecipare? Ad esempio, quando sono malato. Noi sappiamo bene a che ora si celebra la Santa Messa, non è affatto difficile immaginare nella propria mente quello che sta per accadere in chiesa: adesso la gente si sta radunando (ci appaiono figure e volti concreti), già pregano il rosario, è iniziata la Santa Messa, sono già dopo l'omelia, ora si distribuisce la comunione, ora chiacchierano davanti alla chiesa e lentamente si disperdono... Tocca a noi, anche se siamo a casa, in ospedale o in viaggio, trovare un modo per unirci alla nostra comunità a distanza. Bene, oggi non posso, sono malato nel letto, ma se ho la mente lucida, perché non potrei pregare proprio in quel momento? Ricordiamoci che apparteniamo a quella comunità e vivere anche a distanza.
Quando parliamo dell'eucaristia come centro della nostra vita, voglio aggiungere un'altra riflessione che a volte emerge in modo molto urgente. Che ricevere Cristo nell'eucaristia non deve essere vincolato solo al nostro ambiente abituale: alla nostra chiesa e alla Santa Messa. Certamente da noi sacerdoti o da coloro che servono in ospedale nella distribuzione dell'eucaristia sentirete spesso: quanto sia doloroso per noi quando portiamo il Signore Gesù nell’eucaristia al capezzale di un malato e quella persona ci assicura di essere un cattolico devoto, che era in chiesa domenica scorsa, che proprio una settimana fa ha fatto la Santa Confessione, ma che ora non andrà alla comunione! Che andrà "solo a casa". E questo solo perché qui si trova in un ambiente estraneo... In quel momento spesso non è nemmeno facile convincere quella persona. Ma così facendo lui, proprio nella sua difficile situazione di malattia o infortunio (per questo non può essere a casa), rimane senza comunione – solo per vergogna. E per una fede debole. Solo perché non si era mai immaginato che tale situazione potesse arrivare e che il Signore Gesù volesse sostenerlo, sebbene senza il consueto colore della sua chiesa domestica. Ecco perché anche in questo vorrei sollecitarvi in anticipo, affinché ci poniamo come ideale: se sarà possibile, vorrò ricevere Cristo anche in ospedale, in una casa di riposo – ovunque mi trovo. Se lì mi si presenterà l'opportunità di ricevere il Signore Gesù nell'eucaristia, così faremo con gratitudine.
Tutto questo mi è venuto in mente in relazione al comando di san Alberto: se è possibile, la comunità ogni mattina sia insieme alla Santa Messa.
Inoltre, san Alberto nella regola prescrive di tenere il capitolo, una riunione comune dei frati: "Nei giorni di domenica o secondo necessità in altri giorni discutete insieme le questioni della salvezza delle anime e osservate tutto ciò che concerne il vostro stato spirituale; affinché i fratelli, nei quali è stata osservata qualche infrazione o delitto, siano ammoniti con imparziale amore." Su questo vorrei ricordare un tema che, tuttavia, mi supera, che non riesco a spiegare bene e che quindi voglio solo raccomandare alla nostra attenzione – e cioè la nostra responsabilità.
Abbiamo una responsabilità comune per ricevere il dono della salvezza che abbiamo ricevuto quando abbiamo creduto. E abbiamo una responsabilità comune per preservare lo stile di vita ricevuto, che deriva dalla fede e al quale ci sentiamo chiamati e a cui siamo vincolati da Dio. E oltre a ciò c'è anche la nostra responsabilità reciproca l'uno nei confronti dell'altro. Su vari livelli. Nella comunità, nella famiglia, nella parrocchia, in altre comunità. Non è sempre della stessa dimensione, è variegata, ma c'è. Il vescovo Alberto sembra dirci: "Guardate, fratelli, ogni domenica riunitevi, e quando vedete che qualcuno non fa qualcosa di giusto, ditelo. Ammonitelo. Perché è importante che tutti voi tendiate alla salvezza e che osserviate ciò che vi presento qui..."
Ho già menzionato: considero questo tema molto delicato. Un tempo (ad esempio, nella tradizione dei padri del deserto) tanto apprezzato "ammonimento fraterno" è per noi, persone contemporanee, difficile. Ci risulta difficile ammonire e ci risulta difficile ricevere un'ammonizione. Conosciamo bene entrambi gli estremi in questa materia: il costante rimprovero insensibile e il silenzio codardo. In entrambi i casi ci piacerebbe evitare di trovarci. Può anche farci tentare di rinunciare e negare il nostro contributo di responsabilità. E vedete: la nostra regola ci provoca a riflettere su questo, a cercare di vivere questa forma della nostra reciproca appartenenza e – userò questa parola, anche se in questo contesto potrebbe essere usata impropriamente per manipolare l'altro – il nostro reciproco amore. Di vera amore fraterno tra di noi.
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