P. Fernando Millán Romeral, O.Carm.
Queste parole sono state pronunciate dal Priore Generale del nostro ordine, P. Fernando, nel dicembre dello scorso anno a Roma, durante l'incontro dei superiori delle province, degli incaricati generali e delle delegazioni generali del nostro ordine, che sono nuovi nelle loro funzioni. Poiché l'esercizio dell'autorità è parte integrante della vita di quasi ognuno di noi e poiché le idee di P. Fernando sono fresche, le proponiamo a un pubblico più ampio.
Un incontro atteso
Innanzitutto vi ringrazio molto per essere venuti a questo incontro dei “nuovi provinciali”. Questa idea è matura nel nostro ordine da tempo. Già durante il Capitolo Generale del 2007 si parlava della possibilità che tutte le nuove elezioni dei consigli provinciali trascorressero alcuni giorni a Roma per comprendere come funziona la curia e come possano coordinare al meglio il loro lavoro. Questa idea è stata allora scartata, non tanto per motivi economici, quanto piuttosto per motivi logistici, perché era molto difficile organizzare qualcosa di significativo per tutti i consigli dell'ordine.
Ora abbiamo finalmente l'opportunità di incontrarci qui nel nostro Centro Internazionale di San Alberto, dove vengono sempre accolti con amore fraterno, per riflettere insieme, conoscerci meglio e anche per voi per conoscere da vicino come funzionano gli organi centrali dell'ordine di cui tutti siamo membri. Sono molto grato a P. Christian Körner, P. Francisco de Sales Alencar Batista e P. John Keating, che hanno preparato questo incontro con grande amore.
Autorità al servizio della fraternità
Nel mio intervento vorrei condividere con voi solo alcune riflessioni che considero importanti in un contesto più ampio. Ho il compito di parlare del tema: l'autorità al servizio della fraternità. L'autorità implica posizioni, ma significa anche molto di più: atteggiamento, dichiarazione di intenti, profonda convinzione. Quando nel 2007 sono stato eletto per la prima volta Priore Generale, P. John Malley (che è stato Priore Generale dal 1983 al 1995) mi ha dato un consiglio: “Enjoy the brethern!” (Gioisci dei fratelli! Letteralmente: goditi i fratelli!) Molte volte (in seguito) ho ripensato a questa frase, slogan: a volte con entusiasmo, a volte con difficoltà e scetticismo, altre volte con fede e speranza... Poiché la fraternità non è solo la base su cui si fonda l'autorità nella vita dell'ordine mendicante (i superiori vengono eletti dal capitolo), ma è anche uno degli obiettivi principali verso cui l'autorità si dirige. L'autorità serve la vera fraternità.
Sono consapevole del fatto che nella pratica, nella vita reale, in situazioni problematiche e complesse, non è sempre semplice. Spesso ci sentiamo tentati di cadere nello sconforto, dicendoci che non vale la pena, o che i fratelli (la comunità, la provincia) non possono sorprenderci in alcun modo (positivo). Come ho detto nei capitoli provinciali (cito dalla lettera ai capitoli provinciali dal secondo periodo del mio servizio 2011-2013), questo atteggiamento è comprensibile e umano, ma contraddice profondamente non solo i nostri voti religiosi, ma addirittura la nostra fede.
La propensione a ciò che è nostro (cioè comune) non è solo un consiglio cortese o un sentimento di appartenenza o settarismo, è una questione teologica. Una delle affermazioni più sorprendenti della Scrittura, nell'inizio del Vangelo di Giovanni, dice: Ho Lógos sarx egéneto, il Verbo si è fatto carne (Giovanni 1,14). Tertulliano, in un bel gioco di parole, va ancora oltre: se il Verbo si è fatto carne (Verbum caro factum est), allora il corpo (cioè la storia, la vulnerabilità, le contraddizioni, la debolezza e la natura umana) è il punto focale, l'asse, il cammino che ci porta alla salvezza (caro cardo salutis).
Coloro che si considerano troppo attivi, troppo intellettuali o troppo rigorosi e religiosi rispetto agli altri nella provincia scopriranno di avere poca fede nella verità cristiana fondamentale, che il corpo (cioè i fratelli intorno a me, la vita nella sua fragilità e contraddizioni, la vita "con poco g") è il punto centrale della salvezza. E dimenticano che se Dio è Dio delle sorprese, anche i miei fratelli della comunità, nella provincia, ecc. possono sorprendermi, perché portano in sé il mistero di Dio.
Dimensione pastorale e spirituale dell'autorità
In questo tempo che stiamo vivendo, complesso e meraviglioso allo stesso tempo, il vostro servizio di provinciali, delegati e superiori delle commissioni non è facile. Ne sono ben consapevole (non è necessario essere Einstein per accorgersene!). A volte alcuni di voi mi dicono che preferirebbero lavorare in parrocchia o a scuola, condurre esercizi spirituali o lavorare in missione. In queste conversazioni fraterne solitamente dico che anche il vostro servizio di superiori ha una profonda dimensione pastorale. La provincia è la vostra parrocchia e in essa bisogna incoraggiare, sanare le ferite, accompagnare, riconquistare le persone, condurre conversazioni, rimediare... e molto altro nelle varie situazioni della nostra vita umana.
Non dobbiamo trascurare questo “aspetto pastorale” del servizio del superiore. E insieme ad esso, è necessario vedere anche il grande valore della sua dimensione spirituale, qualcosa di assolutamente necessario e fondamentale. Non possiamo dimenticare perché esercitiamo questo servizio, per chi e per Chi lo svolgiamo, qual è il senso ultimo del nostro lavoro, delle nostre preoccupazioni... Dobbiamo spesso tornare alla fonte della nostra vocazione, al primo amore (di cui parla così spesso Papa Francesco), al significato più autentico di ciò che siamo e di ciò che facciamo. Altrimenti, ci troviamo in pericolo di diventare semplici amministratori, burocrati, una “seconda istanza” fredda e lontana, che per il fratello in difficoltà non ha parole di incoraggiamento né di affetto.
A volte si dice: “Sei un superiore? Questo ti farà diventare un santo.” Se detto in questo modo, questa frase ha un particolare sottotono. Se non negativo, almeno decisamente poco incoraggiante. Crea l'impressione che essere un'autorità sia una croce che dobbiamo sopportare – con riluttanza o in modo eroico e ascetico. E in parte questo può essere vero. Ma essere un'autorità è anche uno spazio di santificazione in un altro senso: è un kairos, un servizio umile, un'opportunità per condividere con i fratelli ciò che portiamo dentro di noi e lasciarci arricchire da loro. Ieri abbiamo ascoltato da P. Edmund Power OSB che questo servizio ai fratelli può aiutarci a crescere nella compassione. Sono assolutamente d'accordo: se viviamo questo servizio con onore, serietà e generosità... acquisiamo una saggezza umile che ci conduce a guardare il prossimo e noi stessi con occhi comprensivi, misericordiosi e saggi.
Forse è quindi opportuno ammettere fin da subito che siamo fragili e limitati, che siamo fratelli che hanno bisogno dei propri fratelli. Il provinciale non è un Superman (non deve esserlo e tanto meno fingere di esserlo). È un fratello che – fragile come loro – assume il servizio per i suoi fratelli. E ancor di più (e specialmente nel nostro tempo!): il superiore è vulnerabile (è una bella parola!), poiché non ha (piena) controllo sulla propria vita, perché la vita della provincia, quella dei fratelli e altri eventi si riflettono nella sua vita. I suoi progetti personali, i piani, persino i sogni, sono subordinati alla comunità che serve. Ricordo che in questo contesto mi ha colpito molto il diario di Dag Hammarskjöld (Ruote di Pietra), che è stato Segretario Generale delle Nazioni Unite dal 1953 al 1961 e che, nel mezzo di tutti i doveri derivanti dalle sue funzioni politiche, ha vissuto con grande responsabilità una vera esperienza mistica di seguire Cristo e una vera fede senza scuse, sminuzioni o sotterfugi. Guardiamo a questa piccola testimonianza:
Successo: per la gloria di Dio o per la tua personale? Per la pace delle persone o per la tua personale? Le tue risposte determinano il risultato del tuo impegno...
Pertanto, non sottovalutiamo l'importanza di questo aspetto spirituale dell'autorità. È qualcosa che precede l'autorità stessa; e il nostro successo dipenderà in larga misura dal nostro livello spirituale di autorità.
Non perdere di vista il Vangelo
Alla radice di ciò di cui parlo, si trova il significato e lo stile dell'autorità secondo il Vangelo. Gesù sottolinea spesso che è venuto per servire. Si paragona a un servitore che prepara la tavola per i pasti, non a un padrone che si siede e aspetta di essere servito (Luca 22,27). A mio avviso, è proprio questo uno dei fulcri del pontificato di Papa Francesco: tornare al fondamentale, al puro dell'evangelo e non permettere che ci annegassimo nelle strutture, nei canoni, nelle attività e nelle teologie...
E si collega molto bene al nostro carisma carmelitano, che ci guida a liberarci da tutto ciò che non è essenziale, affinché ciò che è essenziale riempia nuovamente la nostra vita e il nostro cuore.
Ieri, il Padre Abate del monastero di San Paolo oltre le mura sottolineava l'importanza di questo “svuotamento”, cioè kénosis. Non possiamo dimenticare che Cristo è venuto in questo mondo rinunciando a tutto, umiliandosi, “non aggrappandosi al suo essere uguale a Dio” (Filippesi 2,6-11). Questa spiritualità è molto profonda. Non si tratta di marketing o di un abbellimento cosmetico, né di propaganda elettorale o strategia pastorale. Significa vivere l'autorità secondo l'esempio di un Maestro che è morto sulla croce.
Tutto questo deve tradursi in attitudini concrete, il che non è sempre facile. Ad esempio, pazienza con un fratello difficile, conversazioni sincere, capacità di perdonare (questo è molto importante), una certa capacità di sopportare umiliazioni, un'impegno contagioso, stabilità e perseveranza, generosità, donazione della propria energia, del proprio tempo... e della propria vita!
Tale testimonianza di vita (e ripeto – con la semplicità di chi conosce la propria fragilità) porterà sicuramente frutti. Forse non saranno immediati né stupefacenti, non appariranno sulle nostre riviste né sui siti web, ma porteranno effetti molto più profondi e duraturi (penso che tutti noi abbiamo esperienze in merito). Questo tutto non implica affatto la perdita della responsabilità che abbiamo e che ci compete. Non significa abbandonare il compito che potremmo definire “esecutivo” (anche se personalmente non mi piace molto questa espressione), ma esercitarlo fraternalmente, con amore, comprensione, insomma secondo il Vangelo.
In questo contesto, mi toccano molto le parole di Don Tonino Bello (un vescovo italiano, sul cui processo di beatificazione si sta lavorando), che ho ascoltato durante un incontro dei superiori generali di vari ordini e che possiamo applicare al nostro servizio:
“La fede ci rende credenti, la speranza ci dà credibilità, ma solo l'amore fa sì che la gente creda in noi.”
Stile mendicante
Come ho già accennato, nei ordini mendicanti viviamo l'autorità in modo tipico e specifico. Nel nostro caso non parliamo tanto di “superiore” (questo termine più generico è tipico delle congregazioni moderne), né di “abate” (che è un termine tipico delle comunità monastiche, e sottolinea il concetto di “paternità” del superiore). Noi usiamo il termine “priore”, che mostra e sottolinea un'altra dimensione. Il superiore è un fratello eletto dalla comunità per esercitare per un certo periodo questa missione. Tale temporaneità del servizio è caratteristica per noi (ed è anche molto sana). Ricordo che un giorno il padre di uno studente della nostra provincia, proveniente dalla Costa d'Avorio, venne a trovarlo nella nostra casa a Madrid. Il padre era un politico influente nel suo paese. Gli mostrò la scuola. Era estate e un fratello stava dipingendo finestre e porte. Lo presentammo e gli dicemmo che il padre X era stato provinciale alcuni anni fa. Quando siamo usciti, il padre del nostro studente rimase molto sorpreso, quasi scandalizzato, e disse a suo figlio: “Qualcuno che era il capo, ora si occupa di dipingere finestre? Non mi piace questa vita per te!”
Nel novembre 2013, durante un incontro dei superiori generali con Papa Francesco, il Papa parlò in diverse occasioni del ruolo dei superiori. Disse che il superiore deve guidare il gruppo, la comunità, i fratelli (aprendo creativamente la strada e dando l'esempio); ma deve anche essere in mezzo al gruppo (come un fratello che condivide con gli altri la loro gioia e il loro dolore); e deve anche rimanere dietro (incoraggiando i demoralizzati e quelli che vanno più lentamente, e anche lasciandosi guidare dal gruppo come “superiore guidato”, poiché anche il gruppo può avere un intuito saggio su dove andare). Successivamente Papa Francesco applicò questa immagine al servizio episcopale – nel § 31 del documento Evangelii Gaudium.
Nello stesso incontro (che per me è stato una vera grazia), il Papa sottolineò il bisogno di tenerezza nella vita religiosa e anche nell'esercizio dell'autorità (addirittura – queste sono le parole del Papa - “nella vita religiosa degli uomini”). Questo potrebbe sorprendere molti. Ma la tenerezza (autentica, non sdolcinata o invadente, profonda, teologica e al tempo stesso molto umana) è un elemento fondamentale della vita dell'essere umano. La vita religiosa (forse proprio perché è religiosa) deve essere profondamente umana. L'autorità non viene meno lasciando spazio ai sentimenti. Non si perde tempo quando “si perde tempo” con i fratelli. Una volta ho letto che una grande persona è colui che è capace di perdere tempo per cose piccole. Piccole attenzioni, una chiamata, una parola di scuse o di affetto non diminuiscono affatto né riducono la serietà o la dignità del nostro servizio. Seguiamo il Papa quando ci invita a non temere la tenerezza e a farle spazio nella nostra vita.
Un altro aspetto importante della vita mendicante è il cosiddetto “cultura capitolare”, o meglio detto “spiritualità capitolare”. In altre comunità si enfatizza di più l'autorità personale, verticale, diretta. Anche questo ha senza dubbio il suo valore. Nel nostro caso, si enfatizza qualcos'altro: Dio parla quando la comunità si riunisce (in convento, nella provincia o nell'ordine). Questa struttura capitolare risponde molto bene al nostro tempo (sembra più democratica, dà spazio al dialogo e alla ricerca comune, permette ai fratelli di esprimere le proprie opinioni), ma non è questo il suo vero valore. Esso risiede nella convinzione teologica che si cela dietro: Dio parla nella comunità.
Tuttavia, la dinamica capitolare non è semplice: richiede e presuppone spiritualità, rispetto per l'altro, maturità umana necessaria per affrontare le proprie opinioni e, quando necessario, accettare con determinazione e generosità le decisioni con cui potremmo non essere d'accordo.
Oserei dire che la dinamica capitolare richiede “conversione”. Una persona egoistica, capricciosa, che impone agli altri le proprie idee e non ascolta, fatica a comprendere e accettare questa dinamica. L'integrazione del ruolo del capitolo e del ruolo del priore è uno dei meccanismi su cui dipende la qualità della nostra collaborazione e della nostra vita religiosa. Senza scivolare in un modello che privilegia la comunità (quella non è la capitolo) né in un modello autoritario e monarchico (che ci è estraneo), dobbiamo cercare insieme il bene comune: comunità e priore. Forse negli anni successivi al Concilio Vaticano II non siamo stati in grado di esprimere bene entrambi gli elementi. Questo rappresenta senza dubbio una sfida importante per la nostra vita negli anni a venire.
Senzo drammatizzare... siamo chiamati alla gioia
In conclusione di questa breve riflessione, vorrei invitarvi a vivere i prossimi anni nel servizio di provinciali con gioia. Non mancheranno sofferenze, conflitti, scoraggiamento e inquietudine. Ma non esageriamo e non drammatizziamo. Ci sono anche molti momenti in cui viviamo gioia, bellezza e fraternità. Viviamo situazioni in cui attraverso i fratelli sperimentiamo la bellezza della nostra vocazione. Non siamo così sensibili al negativo da non essere in grado di percepire “la bellezza del Carmelo” e rallegrarci per essa. Io (forse sono un po' ingenuo) sono molto grato a Dio per tante situazioni, molte testimonianze e tanti segni d’amore che mi ha donato negli ultimi anni tramite i fratelli e le sorelle del Carmelo.
Dobbiamo darci da fare ed essere generosi, ma anche essere grati. Ricordiamo il nostro compito (cosa dobbiamo ancora fare, cosa non facciamo bene, cosa manca, cosa non funziona...), ma anche il dono che ogni fratello porta dentro di sé. Non lasciamoci trascinare da discorsi pseudospirituali, appariscenti o di sconfitta. Non lasciamo che statistiche negativiste e apocalittiche (sebbene le prendiamo sul serio) ci rubino la gioia. Non facciamo di noi stessi degli eroi che si sacrificano stoicamente, ma siamo fratelli che umilmente e semplicemente servono. Anche se lamentarsi è umano e comprensibile, non incoraggiamo una “cultura del lamentarsi”, ma una di gratitudine.
Non dimentichiamo che come carmelitani siamo chiamati alla contemplazione, cioè scoprire e contemplare molti segni della presenza di Dio nella nostra vita e rallegrarci per essi. Questi segni possono essere deboli, fragili (si tratta ancora di kénosis!), e persino apparentemente contraddittori. Solo le anime grandi e nobili scopriranno Dio nelle piccole cose. Non perdete questa sensibilità durante il vostro servizio.
Che Maria, nostra Madre e Sorella, e tutti i santi carmelitani ci aiutino e ci diano luce in questo difficile e bello compito.
Dalla lingua spagnola tradotto da Jája Vanišová.