Eucaristia e crescita nell'unità con Dio (4ª parte)

La spiritualità carmelitana come cammino verso una più profonda esperienza della liturgia (conclusione)

Paul Menting

Eucarestia e unione

Nel messale, difficilmente troveremmo righe identiche (letteralmente) al Cantico dei Cantici. Né nel lectionario ampliato, che è frutto del rinnovamento liturgico attuato dal Concilio Vaticano II, il Cantico dei Cantici è ancora presente tra i testi per le letture durante la celebrazione eucaristica della domenica. Se cerchiamo il significato del Cantico dei Cantici per l'eucarestia, non dobbiamo aspettarci tanto un'influenza riguardo il testo, quanto piuttosto dobbiamo tenere a mente che quell'unità d'amore con Dio, che il Cantico dei Cantici esalta, non è diversa da quella che avviene durante la celebrazione della messa, ossia quella comunione in cui Dio e l'uomo vivono insieme nella comune vita d'amore.

I Padri della Chiesa hanno sempre visto nei loro commenti al Cantico dei Cantici lo sposo in Cristo e la sposa nella Chiesa. Su questa pista li ha guidati tra l'altro san Paolo con le sue parole nella lettera ai Corinzi: "Io infatti ho preparato il vostro fidanzamento a un solo uomo e devo presentarvi a Cristo come una vergine pura" (2 Cor 11,2).

Sin dai tempi di Bernardo di Chiaravalle (1090–1153), la sposa nel Cantico dei Cantici è stata identificata anche con l'anima dell'individuo che ama Dio. Parallelamente a ciò, è emerso un forte flusso di devozione eucaristica molto personale. Questa tendenza si è ulteriormente affermata nel medioevo. Ad esempio, Tommaso da Kempis (1379–1480), importante esponente del movimento Devotio moderna, descrive nella quarta parte del suo principale lavoro, "L'imitazione di Cristo", come ogni credente possa essere mistico: in questo sacramento si unisce a Dio.

Ciò che è esaltato nel Cantico dei Cantici trova la sua eco nella celebrazione eucaristica. I fedeli lasciano le proprie quattro mura e si mettono in cammino. È necessario rialzarsi, è necessario percorrere un tratto di strada per accogliere l'amore e abbandonarsi ad esso. I credenti si lasciano muovere dalla chiamata divina, si fanno radunare e poi, nel canto e nella preghiera comuni, si uniscono progressivamente nell'unità tra loro e con Dio. La messa da parte di sé stessi durante la confessione dei peccati (atto penitenziale) potenzia ulteriormente questo processo dinamico, in cui il proprio io non si riempie più di sé stesso, ma lascia spazio per l'Altro. Chi cerca l'amore di Dio deve essere disposto a lasciare continuamente ciò che è suo e a concentrarsi sugli impulsi divini, avvicinandosi così sempre più all'amore. Questo avviene nella celebrazione della Parola. I fedeli ascoltano la Parola di Dio, che indica la strada, invita a proseguire il viaggio, rafforza e incoraggia, perché cammina con noi e ci accompagna. Nella preghiera "Credo", i fedeli si rimettono esplicitamente su questo cammino, concordano a proseguire lungo la via dell'amore.

L'unità d'amore dei fedeli con Cristo e tra loro è l'esplicito obiettivo verso il quale è indirizzata tutta la drammaturgia della celebrazione eucaristica. Nella seconda anafora è riassunto chiaramente: "E nella umiltà ti preghiamo: affinché tutti noi, che abbiamo parte al corpo e al sangue di Cristo, ci riunisca e ci unisca lo Spirito Santo." Così tutti, ricolmi dell'amore di Dio, si aprono al darci di Dio e si uniscono in modo molto intimo tra loro e con Cristo. Nel segno della pace (e nel bacio della pace) si esprime, attraverso il gesto, che non sta avvenendo solo qualcosa di spirituale, ma anche qualcosa che passa nelle mani, nei piedi e nei volti, e che avrà conseguenze che supereranno il tempo di durata della celebrazione liturgica.

L'amore ci chiama a intraprendere un cammino, a radunarci, a fondersi in unità e a mantenere il vincolo d'amore anche dopo quel breve tempo in cui siamo stati insieme. Ciò che è vero per la comunione tra sposo e sposa, uomo e donna, è altrettanto vero per la comunità assembleare: che della vera unità si può parlare solo quando l'amore è la sua base. Quanto più intensa è l'amore, tanto più forte sarà l'unità. Chi rimane intrappolato nell'adempimento esteriorizzato o interiorizzato doveroso non sperimenterà la stessa cosa di chi in sé lascia sorgere l'amore.

Ciò di cui parliamo qui sarà più palpabile nella comunità, in cui le persone non pregano solo anonimemente e indifferentemente accanto a sé, ma sono intensamente connesse in viva comunione. Il clima spirituale della comunità religiosa è stato in questo un (prezioso) aiuto per molte carmelitane e carmelitani. La quotidiana comunione nella celebrazione liturgica sostiene e motiva gli sforzi dell'individuo. Insieme è stato possibile, nella lettura delle Scritture, nella preghiera e nella meditazione, percepire con maggiore intensità l'attrazione della divina amore e lasciarsi coinvolgere meglio. Una comunità capace di vivere l'abbandono, di percepire l'amore, di aprirsi per gli altri, per "tu", una tale comunità è quasi indispensabile per l'ingresso nella profonda dimensione mistica dell'eucarestia.

Per il carmelitano Conrado di san Giorgio (morto tra il 1305 e il 1317), la santa comunione era prima di tutto l'espressione di un'unione nell'amore tra Sposo e Sposa. Dopo che l'uomo, con spirito umile, si è consacrato nell'"offerta" (ossia quella parte della messa, chiamata: offertorio, oggi: presentazione dei doni) e dopo che Dio lo ha accolto in amore e che nella frase: "Signore, non sono degno..." si è presentato davanti a Dio con le mani aperte, ora è pronto per ricevere Dio stesso. Ora può unirsi completamente a Dio. Conrado aggiunge a Cristo le parole dello sposo del Cantico dei Cantici, quando Cristo invita l'uomo ad accogliere il suo corpo e il suo sangue: "Vieni, mia eletta, e scendi con me nel giardino della mia grazia..." (cfr. Cant 5,1 e 6,1).1

Chi si lascia toccare da questo invito all’amore e si lascia rendere bello dallo sguardo amorevole di Dio, permette a Dio di guarirlo e farlo fiorire. Conrado esprime questo con le seguenti parole:

O mio Amico, mio Sposo, sei più desiderabile di tutta la bellezza di questo mondo e risplendi di purezza in questo Santo Pane. Ho un mazzo di issopo rosso per il suo ardente amore per noi. Infatti ha versato il suo sangue, affinché con la sua bellezza attirasse a sé tutti i peccatori.3

L’abbandono di Dio risveglia nell’uomo il desiderio di darsi anch'egli in amore. Così può verificarsi la vera comunione come reciproco accogliere e donarsi. L’amore di uno stimola l’amore dell’altro e viceversa. Questo provoca che entrambi si avvicinino sempre di più.

Lo sposo non riposa, ma desidera di essere molto più vicino alla sua sposa. E questo avviene quando la nutre con il suo sacro corpo in questo santo sacramento, perché nessuno può avvicinarsi a Dio in questa vita terrena più di quanto si possa fare in questo sacramento, in cui si riceve Dio stesso. E così Egli entra nella sua amata sposa e cena con lei e la nutre nella sua anima, perché soprattutto per questo è venuto a noi: che desiderava nutrire e rinvigorire i cuori che erano aridi di grazia e riportarli al Monte, ossia affinché vedessimo di nuovo il nostro Sposo e lo gustassimo, bocca a bocca, volto a volto.4

La partecipazione dell'uomo all'atto d'amore è che si reca alla comunione. Accettando e mangiando il Pane eucaristico, si incarnano in lui l'amore di Dio: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui" (Giovanni 6,56). L’amore divino che ci sopraffà è qui accolto in modo molto corporeo: infatti, mangiando un pezzo di pane, Cristo entra in noi e si fa dimora in noi. Anche nel rapporto umano d’amore vale che la corporeità rinforza e consolida la relazione. Più della comunicazione spirituale, esprime l’amore tra uomo e donna la loro comunione sessuale. L’unità è saldamente cementata dal legame corporeo. Questo lo sottolinea anche il mistico carmelitano fiammingo Francesco Amelry (morto intorno al 1550), nel suo trattato sull’eucarestia:

Chi riceve questo Corpo di Cristo, dimora presso di lui, fa parte della sua casa, riceve da lui nutrimento e lui si prende cura di lui, come un padre si prende cura del proprio bambino. Tutto ciò che il Signore ha, anche lui ne ha parte, così sono uniti non solo nell’anima, ma anche nel ricevere sacramentalmente il corpo, il suo corpo è santificato dal Corpo di Cristo. Infatti, come Cristo ha unito il nostro corpo alla sua divinità, così ora nella sacramento dell’altare il suo Corpo, che ha ricevuto da noi, è unito a noi.5

Chi riceve e assimila Dio nella forma corporea, gli dà l'opportunità di entrare completamente nella sua esistenza umana, che è una realtà non solo spirituale, ma anche corporea. A questo serve che Dio si manifesti non solo nella Parola, ma anche nella forma corporea dell'eucarestia. In questo modo, l'unità con Dio diventa evidente. Solo così può avvenire l'abbandono di tutta l'umanità e l'accoglienza di tutta la divinità.

Ciò, ovviamente, non avviene in un unico atto, ma è necessario – così come in una relazione umana – coltivare e realizzare continuamente. Solo un'unione viva, nuovamente sperimentata, resiste a tutto ciò che appiattisce la routine quotidiana. Proprio la forma corporea dell'eucarestia può essere un aiuto per il continuo rinnovamento dell'unità, poiché mantiene viva la passione – come una brace ardente:

Nel ricevere il sacramento, il cuore dell'uomo si infiamma d'amore per colui che ci ha così gentilmente lasciato il memoriale. E nel segno dell'amore desidera unirsi al suo Signore non solo secondo lo spirito nella fede, ma desidera accettare nel sacramento il Corpo del suo Signore con il proprio corpo. Così il cuore si infiamma di un amore sempre maggiore, tanto che Crisostomo lo chiama un carboncino ardente, che riscalda i nostri cuori.6

La forma corporea dell'eucarestia, inoltre, impedisce che l'uomo si distacchi spiritualmente dalla mistica (in modo inappropriato) e si rifugi in dimensioni puramente mentali. Il ricevere corporeo del Corpo di Cristo riporta lo sguardo dell'uomo che ama Dio, sulla sua vita quotidiana concreta. Nell'intimo incontro (tra ricevente e Ricevuto) si rende visibile che la comunione tra Dio e l'uomo si riferisce alla realtà: l'unità mistica non è una fuga dal mondo, ma un ingresso in esso. L'uomo esce da questa unità interiore con Dio (come colui che è) rafforzato e arricchito. E non per terminare questa unità, ma per portarla all'esterno e trasformarla in una pace universale.

 


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