Formatore come scultore: sfida, funzione e responsabilità (1ª parte)

Fr. Desiderio García Martínez, O.Carm.

Michelangelo, uno dei grandi maestri del Rinascimento, sosteneva che il lavoro dello scultore consiste nel liberare la forma,1 che da sempre giace nascosta, come egli stesso credeva, nel profondo della pietra. Questo è evidente in alcune delle sue sculture incompiute. Queste, secondo alcuni esperti, sembrano come se le sculture stessero strappandosi con forza dalla schiavitù del marmo. La missione del formatore, così come quella dello scultore, consiste nel liberare la bellezza nascosta. Il formatore diventa colui che libera. Spesso ci toglie il fiato quando, come testimoni silenziosi, osserviamo la straordinaria metamorfosi che compiono i grandi maestri scultori con straordinaria abilità. Una metamorfosi, in cui i blocchi di marmo con i loro difetti, praticamente materiali di scarsa qualità, che altri hanno etichettato come rifiuti (come nel caso della scultura del David di Michelangelo),2 vengono trasformati in straordinarie opere d'arte. Vorrei mantenere questo punto di vista e affermare con coraggio che il carmelitano incaricato della formazione (formatore) è chiamato a diventare anche artista. Un artista in grado di contemplare (RIVC 23), di vedere con gli occhi di Dio e di amare con il cuore di Cristo. Che è capace di scorgere in ogni persona a lui affidata l'opera d'arte che solo Dio, in quanto unico formatore determinante, può creare nel cuore della persona, proprio come lo scultore crea la statua. Il documento RIVC3 all'art. 1, secondo la terminologia di San Giovanni della Croce, paragonano Il vivo fiamma d'amore – lo Spirito Santo – all'artista divino, che trasforma coloro che ascendono al Vertice del Monte Carmelo, lentamente, nel fuoco del suo amore:

“Nel nostro cammino verso il Monte, Dio ci guida nel deserto, come guidò il profeta Elia. Lì, il vivo fuoco dell'amore di Dio ci trasforma, ponendo da parte tutto ciò che non è suo e che offusca il suo dono, e fa nascere in noi e brillare un nuovo uomo secondo l'immagine di Cristo.”

Per la riflessione di oggi nel nostro incontro, sono stati scelti due articoli dal RIVC (artt. 57 e 58). Prima di leggere e discutere in gruppi questi due articoli, tratterò i seguenti punti:

1) la formazione è un’opera di Dio,
2) il formatore deve essere un fratello maggiore, che ha già “visto il Signore,”
3) l'incarico della formazione comprende: educare, plasmare e accompagnare.

E aggiungerò un excursus sul fatto che il formatore deve essere una guida nell'arte della discernimento. La conferenza sarà intrecciata con estratti dalle opere spirituali di Giovanni della Croce e Teresa di Gesù. Avrei potuto scegliere altri autori della nostra tradizione, ma ho scelto proprio questi due maestri. Entrambi, infatti, hanno riassunto e descritto magistralmente il metodo pedagogico dell'accompagnamento spirituale carmelitano, che mira alla trasformazione e all'unità con Dio attraverso l'amore.

1. Dio, unico formatore

“Se l'anima cerca Dio, il suo Amato la cerca molto di più”, scrisse Giovanni della Croce (Il vivo fiamma d'amore 3, 28). Lo stesso afferma Santa Teresa di Gesù con le parole: “Tu, mio vero Amore, inizi questa battaglia d'amore” (Exc. 16, 3). La formazione è una lotta, è una “battaglia d’amore” tra Dio e l'uomo. Sia San Giovanni della Croce che Santa Teresa sottolineano il protagonista di questa lotta – Dio. Il primo attore di questo dramma tra Dio e l'uomo è lo Spirito. Lo stesso afferma il RIVC nell'art. 5:

“È infatti il Padre che ci santifica attraverso lo Spirito Santo, ci trasforma e ci conforma alla faccia di Cristo e ci guida alla comunione con lui e con i nostri fratelli e sorelle.”

E l'art. 57:

“L'azione del Padre, che attraverso lo Spirito Santo crea nel cuore della persona consacrata il pensiero di Cristo,4 è mediata dai formatori, che sono posti come ‘fratelli maggiori’ accanto a coloro che Dio ha chiamato.”

È necessario che fin dall'inizio del cammino di formazione, sia il formatore che il candidato comprendano il vero significato teologico della parola “mediazione”. Quando parliamo del formatore come mediatore, intendiamo che il primo agente e autore della formazione non è altro che Dio. I grandi maestri della spiritualità insistevano affinché colui che accompagna spiritualmente, e per estensione il formatore, non sia nulla di più e nulla meno che uno strumento di Dio:

“Che chi guida le anime prenda coscienza e consideri che il principale agente, conduttore e motore delle anime in questa questione non sono loro, bensì lo Spirito Santo, (…) e che siano consapevoli di essere solo strumenti, affinché conducono verso la perfezione mediante la fede e la legge di Dio, secondo lo spirito che Dio dà a ogni anima.” (Il vivo fiamma d'amore 3, 46).

“Chi guida, si accontenti di predisporli secondo la perfezione evangelica, che è spogliazione e vuoto di senso e spirito, e non provi a procedere oltre nella costruzione, poiché essa è opera del Padre.” (Il vivo fiamma d'amore 3, 47).

È importante che il formatore accetti questa visione come propria e abbia sempre presente che è solo un intermediario. È necessario che non si attribuisca una responsabilità eccessiva, non si carichi di pesi enormi e che viva la sua posizione con un'interiore equanimità, “come un servitore inutile, che ha fatto solo ciò che era tenuto a fare” (Lc 17,10). Il ruolo del formatore può essere paragonato a quello del sale, che nello svolgimento della sua missione svanisce. Si scioglie e solo quando non è visibile, conferisce sapore al cibo. Analogamente scrive Amadeo Cencini:

“Il modello o esempio del formatore non è la figura dell'Atlantico, che pensa di portare il mondo sulle proprie spalle, ma la figura di Giovanni Battista, che indica qualcos'altro, proclamando l'arrivo di Qualcun Altro.”5

Il RIVC nell'art. 57 ricorda che il formatore deve attingere anche dalla radice della contemplazione.6 La contemplazione è la via per la trasformazione, attraverso la quale muore “il mio falso io” e rinasce “il mio vero io”, rivestito di Gesù Cristo. Il modo in cui il formatore conduce la propria vita contemplativa influisce notevolmente sull'efficacia del suo accompagnamento degli altri. Tuttavia, noi spesso non perseguiamo la gloria di Dio... Preferiamo sognare di diventare supereroi, viviamo una spiritualità di prestazione, non di umiltà, ecc. Il formatore, che è molto preso da se stesso e si preoccupa eccessivamente del proprio lavoro, non solo diventa nevrotico e insopportabile, ma corre anche il rischio, tra l'altro, di oscurare proprio l'opera di Dio. Colui che vive una vita contemplativa cammina sulle punte dei piedi. Santa Teresa di Lisieux ha compreso perfettamente che nella formazione Dio gioca il ruolo principale e lo descrive con queste parole:

“Quando mi fu dato di penetrare nel santuario delle anime, immediatamente vidi che il compito era oltre le mie forze. Allora mi gettai tra le braccia del Signore come un bambino, nascondendo il viso tra i suoi capelli e gli dissi: ‘Signore, sono troppo piccola per poter nutrire i tuoi bambini. Se vuoi dare attraverso me quello che è adatto a ciascuno di loro, riempi la mia piccola mano. Senza uscire dalle tue braccia, senza nemmeno distogliere la testa, darò i tuoi tesori all'anima che verrà a chiedermi di nutrimento. Se le piacerà, saprò che non deve a me, ma a te. Se, invece, si lamenta e ciò che le darò sarà amaro, la mia pace non sarà turbata. (…) Da quando ho compreso che mi è impossibile fare qualcosa da sola, non mi è più sembrato un compito difficile quello che mi hai affidato. Ho sentito che l'unica cosa necessaria è che io sia sempre più legata a Gesù e che il resto mi sarà dato in più...”7 In verità, non mi sono mai delusa nella mia speranza. Dio riempiva sempre la mia piccola mano ogni volta che era necessario nutrire l'anima delle mie sorelle. Confesso che se avessi fatto anche solo un minimo appello alle mie forze, avrei ben presto deposto le armi...”8

Se è vero che il principale formatore è Dio, è altrettanto certo che Dio interviene attraverso le persone. L’azione di Dio si realizza attraverso l'azione umana, come è evidente nell'opera di salvezza di Dio. Questa è la logica dell'incarnazione. Le “mediazioni” non sono perfette, non esiste un formatore perfetto. Il criterio di discernimento della maturità della persona del candidato e della sua [dovuta] generosità è se accetta le mediazioni altrui, anche se sono imperfette, “misere”. San Giovanni della Croce incoraggia i principianti a rendersi conto che hanno bisogno di tali mediazioni. Perché colui che

“vuole essere solo senza l'appoggio di un insegnante e di un guida, sarà come un albero che cresce in un campo da solo e senza padrone, poiché anche se avesse tantissimi frutti, i viandanti lo coglieranno e non maturerà mai.”9

E in un altro luogo assicura:

“Un'anima sola senza un'insegnante, anche se virtuosa, è come una brace isolata: piuttosto si spegnerà che non si accenderà.”10

E ancora una volta sottolinea con insistenza:

“Dio infatti tiene molto a che l'uomo sia guidato e diretto anche da un altro uomo, simile a lui, e che l'uomo si lasci guidare e governare dal ragionamento naturale, che vuole decisamente che le cose che ci comunica in modo soprannaturale non vengano da noi accettate come di piena fede e che non abbiamo una sicura certezza, fino a che non passano attraverso questo canale umano, cioè le labbra di un uomo.”11

2. Formatore, fratello maggiore, che “ha visto il Signore”

Dio è il principale agente, mentre il formatore è [solo] il pennello – lo strumento che Dio utilizza per completare la sua opera. Così ha capito ed espresso Santa Teresa di Lisieux:

“Se una tela dipinta dall'artista potesse pensare e parlare, certamente non si lamenterebbe di essere continuamente toccata dal pennello, né invidierebbe il destino di questo strumento. Saprebbe che non deve la sua bellezza al pennello, ma all'artista che lo manovra. E il pennello non potrebbe vantarsi dell'opera maestra che ha creato.” (AS 226).

In ogni fase della vita spirituale del carmelitano, il formatore svolge un ruolo privilegiato come pennello – mediatore (cfr. RIVC 57). “Nel processo di formazione i formatori hanno un ruolo fondamentale” (ivi). Pertanto, il successo della formazione dipende in gran parte dal loro lavoro. I formatori non devono solo trasmettere la dottrina in termini accademici. I formatori sono “fratelli maggiori”, che hanno già “visto il Signore” (Giovanni 20,25), hanno una certa esperienza con lui, e perciò possono accompagnare gli altri.

Illustro questa riflessione con una divertente storia che è accaduta al primo Congresso Internazionale dei giovani consacrati. Il congresso si tenne a Roma nel 1997 e il suo motto era: Vidimus Dominum (tradotto: “Abbiamo visto il Signore” – i giovani possono essere talvolta audaci). Mentre i partecipanti al congresso cantavano e proclamavano slogan in varie lingue “abbiamo visto il Signore”, “abbiamo visto il Signore”, un ragazzo si fece avanti e in pubblico ammise che lui però il Signore non l'aveva mai visto, anche se desidererebbe molto vederlo. E per questo spera che qualcuno di coloro che hanno già visto il Signore (dopodiché puntò il dito verso i formatori!) non si limiti a frasi del tipo: “Ti consiglio di provare questo,” (come fa una ragazza con l'altra dopo aver scovato una nuova polvere per il bucato, che rende il bianco più bianco del bianco). Ma che gli presenti nella vita concreta e nelle situazioni chiave presentino i momenti chiave in cui hanno “visto il Signore”...

Santa Teresa di Gesù non solo aveva grande esperienza nella vita spirituale. Anche scrisse il programma di formazione – una sorta di RIVC – e lo chiamò “libretto” (Via della perfezione). Questo libro è una professione di fede. Teresa qui funge da formatrice accompagnando un gruppo di novizie della sua prima fondazione – il monastero di San Giuseppe – e attinge contemporaneamente dalla sua esperienza con Dio. A un certo punto scrive in base a quale fondamento si reggono le sue parole serie ed energiche: “e questo non solo per semplice conoscenza razionale o fede,” e aggiunge un’osservazione ironica: “ma – ed è una grande differenza – per esperienza personale” (CV 6, 3).12 “Io lo so molto per esperienza personale” (CE 66,5). Le parole “esperienza” e “io” che si ripetono frequentemente, si sono infine distaccate dalla speculativa-teologia scolastica contemporanea, che è stata elaborata dai migliori studiosi dell'epoca, e che lei stessa ha definito come “teologia dei figli di Adamo”, ovvero una teologia che è solo riflettuta, ma raramente vissuta. Nel piano del percorso di accompagnamento spirituale, Teresa ha magistralmente collocato questi tre gradini: “Una cosa è infatti ricevere da Dio la grazia, un'altra è riconoscere che è grazia, e un'altra ancora è sapere esprimere in cosa consiste” (Vita 17,5).13 Qui si rivelano tre livelli che dovrebbero essere raggiunti da ogni processo di formazione:

1) esperienza,
2) riflessione, chiarificazione razionale,
3) trasmissione, comunicazione.

Non c'è da meravigliarsi che la gioventù chieda vivamente risposta alla propria domanda: “E dove hai visto il Signore?”, se il formatore trascura quel primo livello (accoglienza-esperienza di Dio). Non è accettabile che il formatore dissuada i candidati con “frasi congelate”, che come i cetrioli, marinati in aceto, ha letto o copiato da altri (anche se si trattasse di letture le più mistiche!). Dalle cattedre universitarie ci piovono tonnellate di informazioni [su fede o teologia], che evidentemente non disprezziamo. Trasmettere la propria fede come testimoni, che conoscono bene il Vangelo, e avere esperienza con il Signore, non si esclude a vicenda. Siamo però in un'epoca che ha urgentemente bisogno di intermediari. Un altro giovane monaco sottolineava con forza: “Ci mancano persone che ci aiutino a far sì che la dottrina sfoci in esperienze esistenziali personali.”14 Così come Santa Teresa di Gesù, anche San Giovanni della Croce parla del fatto che il formatore – guida – deve essere nelle questioni spirituali “saggio”, “prudente” e “esperto”. Delinea una certa connessione graduale:

“sebbene per la guida dello spirito la base sia la conoscenza e il discernimento, se non c'è esperienza con ciò che è puro e vero spirito, non sarà in grado di introdurre l'anima dentro di esso, quando glielo dà Dio, né lo riconoscerà.” (Il vivo fiamma d'amore 3, 30).

E infine conclude il suo pensiero con le seguenti parole:

“Molti insegnanti spirituali nuocciono a molte anime, perché non comprendono le vie dello spirito.” (Il vivo fiamma d'amore 3, 31).

La missione del formatore è una questione molto delicata. Richiede che il soggetto si prepari bene, si impegni e perseveri nel fornire continuamente nuove informazioni. Una delle esigenze più urgenti attualmente è la formazione di buoni formatori (cfr. RIVC 57). Si tratta di un fatto completamente ovvio, ma ricordiamo che al formatore si richiede di essere maturo sia dal punto di vista mentale che spirituale, “relativamente” libero da conflitti di personalità, capace di condividersi, instaurare un dialogo, e collaborare con gli altri all'interno del gruppo di formazione. Si richiede anche:

  1. Una comprensione chiarita del modello antropologico cristiano (concezione dell'uomo e del processo della sua evoluzione, la connessione tra grazia e natura, debolezze e desideri, coscienza e inconsapevolezza…). Sembra ovvio, ma nella pratica non ci imbattiamo spesso in questo (cfr. RIVC 11).
  2. Il processo di formazione deve avere una sorta di struttura e svilupparsi gradualmente (cfr. RIVC 15; 63; 64). Tuttavia, nella pratica a volte sembra che consideriamo tutte le fasi allo stesso modo e richiediamo lo stesso livello di maturità personale dal postulante quanto dal fratello dopo i voti temporanei. Oppure, al contrario, a volte commettiamo errori gravi rimandando problemi attuali che devono essere risolti ora a fasi successive. La regola d'oro è: mai rimandare un problema non risolto o difficoltà che inquietano il candidato a fasi successive e non sperare nella “buona fede” che si risolva miracolosamente “nel tempo” e, se non con questo, allora con un nuovo ambiente o con alcune (anche le più devotamente recitate) rosari…
  3. Gli esperti nel campo della formazione religiosa sostengono che abbiamo un eccesso di modelli teologici, ma manchiamo terribilmente di procedimenti concreti per la trasmissione di valori che siano adeguati ai fratelli a cui ci dedichiamo. Il formatore deve essere consapevole che nella formazione religiosa il debole punto non è generalmente la teologia, ma la pedagogia (mystagogia). Quella straordinaria ricchezza spirituale, legata al nostro carisma, e la ricchezza della nostra storia devono essere “incarnate” in procedimenti pedagogici concreti che informino coloro che formiamo su quanto sia bello vedere il Signore.

Tradotto dallo spagnolo da Jaroslava Kučerová

 


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