Formatore come scultore: sfida, funzione e responsabilità (4ª parte)

Fr. Desiderio García Martínez, O.Carm.

3.3 – Accompagnare

A Salamanca, in una delle comunità Archa, ho avuto l'opportunità di conoscere meglio Jean Vanier, il fondatore di queste comunità, che sono create da persone sane insieme a persone con disabilità mentale. In una registrazione che realizzammo all'epoca e che successivamente trascrivemmo, parlava dell'arte di accompagnare. Le sue parole mi colpirono molto.

“Per ciascuno di noi... è vitale avere il proprio spazio nascosto. Ogni persona di solito conosce i propri limiti e sa fino a dove può arrivare. Nei confronti di questo spazio mistico dell'altro, che è essenziale per lui, dobbiamo mantenere un profondo rispetto. Non dobbiamo, nella nostra fretta, tentare di violarlo a tutti i costi. Nelle comunità a volte arrivano persone straordinarie che subito si mettono a «accompagnare» gli altri, prendendo qualcuno per mano e cercando di portarlo da qualche parte... A volte questo tocca davvero il cuore, ma in realtà è una grande audacia nei confronti dell'altro!!! Perché si ignora completamente il suo spazio mistico. È un fatto che spesso ci incontriamo con persone in cerca d'amore e molto sensibili ai gesti. A queste persone bisogna aiutare a trovare il proprio spazio, ma non toccandole fisicamente e accarezzandole. Questo spesso è il modo migliore per semplicemente turbarli! Amare non significa guidare qualcun altro per mano per non fargli smarrire la via, né accarezzarlo. Accompagnare significa molto di più... accompagnando aiutiamo le persone a diventare libere, affinché possano essere se stesse, scoprire la propria bellezza nascosta e rendersi conto che [esse stesse] sono una fonte di vita. Non dimenticate: a volte chi dà può uccidere. Pensa di amare, ma in realtà crea uno stato di dipendenza che porta l'altro a una frustrazione totale...“

Accompagnare significa risvegliare nell'altro una certa sfida. Accompagnare è l'arte di camminare insieme all'altro rispettando al contempo il suo spazio mistico. Amare colui che si accompagna affinché sia libero e possa, nella libertà, amare Dio e gli altri, più di quanto ami l'altro (il formatore stesso). Il formatore non si appropria di nessuno. Colui che accompagna mette se stesso «sul margine», ricordando sempre all'altro: «Non sono io il tuo centro, ma Dio!» (Ma rendiamoci conto che non dobbiamo essere d'altro canto troppo sospettosi nei confronti di ogni relazione interpersonale come se rappresentasse chissà quale pericolo. Non fare drammi dove non ci sono. Pensiamo in modo logico e teniamo conto della dinamica del Vangelo, vale a dire, teniamo presente che nel cuore dell'uomo esiste uno spazio che solo Dio può riempire.) Quanta miseria – in termini di sentimenti – a volte troviamo nei formatori e nelle case di formazione! Infondo, il formatore deve essere un fratello maggiore, tanto nella dimensione delle esperienze di vita quanto nel discepolato [verso Cristo], che accompagna il suo fratello minore e condivide con lui un pezzo di cammino e di vita. Quel «io» cui si presta attenzione qui è l'io relazionale. Accompagnare avviene come nella pericope dei discepoli che viaggiano verso Emmaus, che rappresenta l'icona di ogni accompagnamento nella fede (Luca 24). Tuttavia, l'accompagnamento è [opera] nello stile dello Spirito Santo, questo dolce ospite dell'anima, è comunione con Dio.

Trasmettere in questo modo l'accompagnamento richiede che il formatore abbia «un po' di esperienza pratica nel cammino della contemplazione, nella preghiera, nella vita fraterna e nel servizio apostolico. Al formatore è richiesta una certa maturità mentale e spirituale; deve essere abbastanza libero da conflitti interiori…» (RIVC 57). I Padri del deserto consigliano a coloro che desiderano guidare gli altri di non affrettarsi troppo: «Non insegnare prematuramente, altrimenti sarai per tutta la vita colui che non comprende!» (Apo 1082.) La nostra RIVC, quando nel comma 57 parla della missione del formatore di accompagnare, sottolinea: «Il formatore non dovrebbe essere un fratello che ha appena terminato la propria formazione iniziale.» L'incalzare non giova a nessuna occupazione. E così, tanto più si può dire che nemmeno la fretta riguardo al conferimento di un ministero nella formazione è buona. Santa Teresa di Gesù ripete a coloro che desiderano affrettatamente condividere i frutti della contemplazione e che, nel farlo, non hanno alcuna esperienza. Scrive: «Per fare qualcosa di buono, sono necessarie virtù provate» (Vita 13,8). È sempre necessario del tempo per maturare. Teresa descrive questa tentazione anche in questo modo: «(L’anima) nel fervore della sua passione distribuisce a destra e a manca i suoi frutti (...) e non si preoccupa che (...) le sue virtù non siano abbastanza solide» (Vita 19,14; 17,2). E in un altro luogo scrive: «(Perché anche quando l'anima è già in questo stadio [del suo cammino spirituale],) non si fidi tanto da lanciarsi in battaglia, poiché avrà abbastanza da fare per difendersi!» (Vita 19,13.) Si tratta di un serio avvertimento per coloro che tendono a condividere frettolosamente e imprudentemente i frutti della contemplazione nell'accompagnamento spirituale. Santa Teresa aggiunge che chi divide troppo presto i frutti della contemplazione e non aspetta che siano maturi, provoca in coloro che nutrisce una vera e propria dissenteria spirituale! Nessuno che non abbia vissuto personalmente l'accompagnamento spirituale e la cura può accompagnare e prendersi cura degli altri. Un importante maestro dei Padri del deserto, san Evagrio, dice: «Colui che è stato morso da un serpente prova molto meno dolore quando lo comunica a chi ha già subito un morso di serpente.» La RIVC al comma 58b riassume quanto già detto. «Il formatore stesso è un fratello in cammino verso l'ideale, che non è mai completamente raggiunto. Egli conosce per esperienza le gioie e le difficoltà del cammino che Dio gli ha chiamato a intraprendere e a cui ora chiama altri. Questo lo rende capace di comprendere i candidati a lui affidati, di condividere le loro gioie e i loro dolori e di accompagnarli con saggezza come chi conosce bene questo cammino.»

Lo scopo dell'accompagnamento è fornire un'alimentazione di qualità (cfr. RIVC 58c), e non avvelenare (con ciò che è tossico). Ciò che sembrerebbe offrire come cibo a qualcuno potrebbe in realtà essere per lui un alimento avvelenato, proprio come la mela avvelenata di Biancaneve. Perché queste osservazioni di santa Teresa? La santa annota che ha sempre avuto una predilezione per le persone istruite (cfr. Vita 5,3). A lungo non riuscì a trovare alcun confessore di quel tipo, ma piuttosto soffrì nel riscontrare solo «mezzi istruiti spaventati,» dei quali nota: «essi mi costano sempre cari» (5H 1,8). In altre occasioni si lamenta della sfiducia da parte del suo guida spirituale e del confessore, al quale in un certo momento i suoi superiori consigliarono: «di non guidarmi lungo un cammino così ristretto, ma di lasciare agire l'azione dello Spirito del Signore» (Vita 33,8).

Quali qualità secondo santa Teresa definiscono il formatore nel ruolo di accompagnante? Deve essere istruito, un uomo spirituale ovvero con una certa esperienza (sulla via spirituale) e deve essere prudente (cfr. Vita 13,6), in modo da rinforzare nel soggetto che accompagna il desiderio di responsabilità, rispettando al tempo stesso le tappe e il ritmo della sua crescita (cfr. RIVC 57b). «Anche io ho incontrato anime che erano come legate e tormentate dall'inesperienza di colui che le guidava, e ciò mi metteva a disagio» (Vita 13,14). Altrove scrive di queste persone accompagnate: «Perché si sono appena messe in cammino e già si chiede loro di volare... Molte anime cadono nell'errore quando vogliono volare prima che il Signore dia loro le ali» (Vita 31,17–18). A colui che accompagna e pone troppi requisiti, Teresa consiglia: non è opportuno «guidare alla perfezione con la forza delle braccia» (nel senso del volontarismo), ma bisogna comportarsi con distacco e: «procedere lentamente, prima che il Signore prenda in mano la cosa...» (Libro delle fondazioni 18,10.) Sottolinea in modo particolare l'assoluta attenzione nei confronti dell'altra persona. Scrive: «Dobbiamo adeguarci a ciò che vediamo nelle anime,»1 e insiste affinché colui che accompagna agisca con profondo rispetto, con umanità e una certa flessibilità, e che non stringa nell'abbraccio le anime a lui affidate, poiché già qualcun altro più grande di lui le guida. «Pertanto, si guardi bene dal limitare il volo delle anime,2 perché se una volta raggiungono questa altezza, le guida un maestro più grande, per cui non sono senza guida» (Vita 34,11). Ben nota è l'episodio in cui Girolamo Gracián rimprovera santa Teresa di Gesù e manifesta la sua preoccupazione per ciò che diranno riguardo al fatto che Teresa accompagna spiritualmente. Santa Teresa risponde senza riserve e in modo molto realistico: «Non sapete che qualsiasi anima, anche la più perfetta, deve avere un qualche canale di sfogo? Lasciatemi mantenere questo, perché anche se obiettate il contrario, non intendo cambiare il modo in cui lo utilizzo.»3

Accompagnare è una realtà che non può essere programmata. L'impegno nell'accompagnamento spirituale implica una serie di disposizioni (cfr. RIVC 58b): calma interiore (equilibrio), disponibilità, pazienza, profondo rispetto per la coscienza del candidato, conoscenza della psicologia e della pedagogia, sensibilità verso la cultura o subcultura del formato, ecc. La fiducia verso il formatore nasce dalla fiducia del formatore in Dio. L'obbedienza (verso il formatore) deriva dalla sua obbedienza verso Dio, e ciò per un motivo semplice. Solo Dio è degno di fede, non noi semplici mortali, e solo a Dio spetta [come autorità legittima a cui ci si deve sottomettere] qualcosa di così sacro come la volontà umana. Il formatore [di per sé] non è degno della sottomissione degli altri! Tuttavia (siamo sempre nel campo della mediazione) colui che non vuole sottomettersi e non vuole dipendere da nessuno, chi per paura di perdere la propria libertà non è capace di aprirsi a qualcuno, finisce spesso – e nemmeno se ne rende conto – come schiavo di innumerevoli cose e persone. E soprattutto come schiavo della propria paura. «Colui che si fida di tutto dimostra di avere poca (capacità di) discernimento, ma chi non si fida di nessuno ne ha (questa capacità) ancora di meno.» Con questo intendo dire che mi sottometto all'altro, il mediatore, per diventare obbediente a Dio. La RIVC ci ricorda nel comma 58b che chi accompagna – il formatore aiuta il candidato nella sua crescita personale soprattutto «attraverso colloqui personali, che devono essere svolti regolarmente e a intervalli definiti, poiché è una pratica necessaria ed efficace, comprovata.»

Se l'educazione appartiene al Padre e la formazione possiamo includere nell'ambito del Figlio, l'accompagnamento ci rimanda allo Spirito Santo. Da parte di colui che accompagna, «la guida non è in realtà nient'altro che una guida a colui che deve ascoltare e sentire il suo vero Conduttore – lo Spirito Santo, nascosto nelle profondità della nostra anima. Non dobbiamo mai dimenticare che in realtà non siamo guidati e istruiti dagli uomini, e se abbiamo bisogno della «guida» umana, è solo perché senza l'aiuto umano non siamo in grado di stabilire un contatto con lo Spirito Santo, da cui «ricevete un'unzione ... e conoscete tutto» (cfr. 1 Giovanni 2,20; traduzione ecumenica ceca).“4 Lo scopo dell'accompagnamento è suscitare nell'altro il desiderio di consegnare la propria vita.

Tradotto dallo spagnolo da Jaroslava Kučerová


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