Genitori di Santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo (3ª parte)

Sr. Milada del Salvatore del mondo, OCD

Malattia mortale

Zelie Martin sapeva da tempo che una malattia mortale la stringeva internamente. Così spesso si preparava mentalmente alla morte: “Ora devo finire, perché voglio andare a Vespro e pregare per i defunti. Voglio far sì che anche dopo la mia morte si preghi per me... Cerco di diventare santa, ma non è così semplice. Sarebbe stato meglio se avessi cercato di farlo prima, sarebbe stato più facile e leggero. Eppure: meglio tardi che mai.”1 Crescevano in lei desideri per il cielo, ma allo stesso tempo persistava una grande responsabilità per la famiglia. Affrontava tutto con abbandono alla volontà di Dio: “Come desidero essere con i miei quattro figli defunti in cielo, ma voglio rinunciarvi, perché so che loro non hanno più bisogno di me; con i miei altri figli è diverso... Mi dico sempre: come vuole Dio!”2

Nel mese di ottobre 1876, il suo stato di salute peggiorò. Il tumore al seno aumentò, avvertiva dolori e fitte. Allora il medico dichiarò il suo stato senza speranza, non raccomandò neppure l'operazione, dicendo che avrebbe solo accelerato il tutto. Zelie decise quindi di preparare i suoi familiari alla sua imminente partenza. Scrisse a Lisieux e chiese a suo fratello e a sua cognata di prendersi cura della sua famiglia dopo la sua morte. A Lisieux ci fu un notevole scompiglio. Anche a casa ci fu una grave scena in seguito a questa comunicazione. “Tutti piangevano, la povera Leonie singhiozzava forte.”3

Nel gennaio 1877, signora Martin viaggiò per l'ultima volta dalla sorella nel convento della Visitazione a Le Mans. Fino ad allora non le aveva scritto riguardo al suo grave stato di salute. Anche la sorella Dositea era gravemente malata, si prevedeva la sua morte imminente. Prima che arrivasse signora Martin, era già stata assistita. Non sappiamo cosa si siano raccontate in quei giorni le due sorelle, ognuna delle quali si trovava sull'orlo dell'eternità. La sorella Dositea morì un mese dopo, il 24 febbraio 1877, all’età di 49 anni. Per Zelie la morte della sorella fu una grande sofferenza. Ma anche la sua malattia continuava a progredire. A maggio informò i suoi familiari: “Il mio stato di salute è ancora praticamente lo stesso. Non soffro molto, ma sento che la malattia avanza costantemente dentro di me. Spero che la Madre di Dio mi guarisca, e se non del tutto, almeno mi tenga qui abbastanza a lungo da poter educare i miei figli.”4

Via Crucis

Con le sue tre figlie maggiori, Zelie decise di compiere un pellegrinaggio a Lourdes nel mese di giugno. Ma anche il viaggio in treno era insopportabile, soffriva di grandi dolori. Il pellegrinaggio non le portò guarigione, anzi, le cose peggiorarono. Cominciò ad avere forti dolori alla gola, provenienti da una metastasi alla vertebra cervicale. “La malattia peggiora giorno dopo giorno. Non riesco più a vestirmi né a svestirmi. La spalla del braccio malato rifiuta ogni servizio, ma la mano può ancora tenere l'ago! Tuttavia: la nausea generale, i dolori nel corpo e le febbri continue mi assalgono da 14 giorni. Non riesco più a stare in piedi, posso solo sedere. Durante il giorno va ancora, ma di notte tornano e tornano gli attacchi. Mi sono abbandonata al mio destino e cerco di fare tutto come si conviene a una morente. Non devo perdere neppure un attimo di questo breve tempo che mi rimane. Sono giorni di salvezza che non torneranno mai più. Aiutami a pregare per la pazienza e l'abbandono.”5

In questo periodo, suo fratello le predisse un mese di vita. Da lui Zelie cercava sostegno negli ultimi giorni, poiché la sofferenza continuava a peggiorare: “Ieri ti ho quasi urlato, perché pensavo che solo tu potessi darmi sollievo. In 24 ore ho sofferto più di quanto in tutta la mia vita. Ho pianto e urlato. Ho invocato tutti i santi, ma nessuno mi ha risposto. Infine ho pregato per poter almeno passare la notte a letto. Nel pomeriggio non riuscivo a sdraiarmi. Era orribile. Non riuscivo a poggiare la testa su nulla, ho provato di tutto, ma nemmeno così non riuscivo a muovermi per bere. Il collo era come stretto, quindi il minimo movimento mi causava il massimo dolore. Ho pianto tutta la notte. Ludovico, Maria e la serva erano sempre con me. Povero Ludovico! Di tanto in tanto mi prendeva in braccio come una bimba. Non riesco più a scrivere, vedo a malapena e sono incredibilmente debole.”6

Il 22 luglio, Zelie si alzò alle cinque del mattino per assistere alla messa. Maria voleva trattenerla, ma non ci riuscì. “(Mamma) doveva usare tutte le sue energie, poiché era per lei uno sforzo indicibile andare in chiesa. Ad ogni passo sentiva fitte nella gola. Doveva sempre fermarsi ogni tanto.” L’ultima volta partecipò alla messa il 3 agosto. “Poiché era il primo venerdì, voleva assolutamente andare in chiesa. Papà la portò,” raccontava Maria ai parenti, “altrimenti non sarebbe stato affatto possibile.”7

L'ultima lettera inviata al fratello recitava: “Non riesco più a tenermi in piedi. Solo con grande sforzo riesco a passare dal letto alla sedia e da qui di nuovo al letto. Ho trascorso due notti orribili. Le mie forze sono al termine. Se la bella Madre di Dio non mi guarisce, il mio tempo è finito e il buon Dio vuole che io riposi in un altro luogo che non sulla terra.” Maria aggiungeva ancora: “Non resiste neppure un quarto d'ora a letto, così profondamente soffre. Il minimo rumore da parte sua provoca una terribile crisi. Parliamo solo sottovoce e camminiamo in calze, ma lei sente tutto. Non vogliamo disturbarla, ma il suo sonno è troppo debole.”8

Il 26 agosto, Zelie Martin ricevette in presenza di tutta la famiglia l'unzione degli infermi. La lotta mortale terminò la notte del 28 agosto 1877. Aveva quasi 46 anni. I funerali si svolsero il giorno seguente.

Ludovico Martin, cinquant quattroenne, profondamente colpito dalla morte della moglie, decise di trasferirsi con le sue figlie dai parenti a Lisieux. Si ritirò per riposare. Si dedicò al suo desiderio di solitudine – legge, riflette e medita. Iniziò a riprendere a pescare e viaggiò spesso – ad Alençon, dove lasciò la madre invecchiata,9 a Parigi, in Germania, in Italia, nei Balcani e in Turchia. Ma anche per lui è preparata la “via regia della croce”, che colpirà profondamente le sue figlie e lo identificherà con il suo amato Salvatore...

Il rapporto di Teresa con i genitori

“Dio mi ha dato un padre e una madre, che erano più degni del cielo che della terra.”10 Così Teresa guardava i suoi amati genitori per tutta la vita. La sua famiglia per lei era “la terra santa, impregnata di profumo verginale” (cfr. AS 18), un’immagine del cielo. Teresa nacque in un mondo di santità, vi vedeva solo bellezza. Aveva la sensazione che tutta la sua circostanza fosse costruita dal buon Dio, per nutrire e proteggere “piante preziose e fragili” che vi crescevano.

La figura centrale della famiglia era il padre. Un padre umanamente rispettato, amato, quasi venerato, che negli occhi di Teresa rappresentava una unità armoniosa di amore e autorità. Dalla relazione con il padre – e lei non ha mai temuto suo padre – imparò a comprendere cosa fosse l'autorità del buon Dio. Guardava a suo padre, mentre lui guardava sempre a Dio, e così imparò a vedere Dio attraverso suo padre. Teresa era ancora piccola quando suo padre la portò con sé in chiesa. Durante il sermone si chinò verso di lei e disse: “Ascolta bene, mia principessa, si parla della tua santa patrona.” Davvero ascoltavo bene, ma mi guardavo più spesso a papà che al predicatore. Il suo bel volto mi diceva tanto!... A volte aveva gli occhi pieni di lacrime e cercava invano di trattenerle. Sembrava che non fosse più sulla terra, così volentieri la sua anima si immergeva nelle verità eterne...” (AS 44).

Anche nella preghiera serale, Teresa aveva un posto accanto al padre. Le bastava solo guardare, “per vedere come pregano i santi” (AS 45–46). Che suo padre fosse un santo, Teresa ne era convinta per tutta la vita (cfr. DT 51, 58). Entrambi i padri nella sua mente erano legati in modo così vicino e intimo che Teresa osò, dopo la partenza di suo padre per l'istituto del Buon Salvatore, scrivere: “Gesù… ci ha portato colui che amavamo con così tanta tenerezza, (...) ma non è per questo che possiamo sinceramente dire: ‘Padre nostro, che sei nei cieli?’ (Mat 6,9) ”11

In seguito, durante la malattia di suo padre, Teresa iniziò a vedere nella figura di suo padre non solo l'immagine di Dio Padre, ma anche del Figlio. Il suo destino divenne un’analogia dei misteri divini. “Come il volto adorabile di Gesù, che era velato durante la sua passione, così anche il volto del suo fedele servitore doveva essere velato nei giorni della sua sofferenza – affinché potesse splendere nella patria celeste presso il suo Signore, la Parola eterna!...” (AS 50). Il volto del padre segnato dalla malattia le chiariva tutti i misteri del volto sofferente di Gesù.

La madre, invece, rappresentava per Teresa l'atmosfera dell'amore, della sicurezza e della fiducia, un'atmosfera di preghiera: “Ho amato molto Dio e molto spesso gli ho affidato il mio cuore con una piccola formula che mi ha insegnato mamma” (AS 41). In visita da madame Leriche, dicevano con Celina: “Non è come mamma. Lei ci guidava sempre a pregare!...” (AS 33). Anche se la madre morì quando Teresa aveva solo quattro anni e mezzo, le caratteristiche di questa persona amata si incornarono nel suo cuore e la aiutarono in seguito a comprendere il tratto materno dell'amore di Dio: “Quanto è delicato il cuore di una madre! Come manifesta la sua tenerezza con mille cure premurose, che nessuno penserebbe!” (AS 24).

Che l’intuizione di Teresa riguardo ai genitori fosse giusta, lo confermò anche Papa Giovanni Paolo II, quando il 26. 3. 1994 confermò le virtù eroiche di Zelie e Ludovico Martin e permise di chiamarli venerabili. Il processo ufficiale della loro beatificazione fu concluso dopo il riconoscimento del miracolo richiesto (di cui vorremmo scrivere anche nel nostro giornale) e entrambi i genitori furono proclamati beati il 19 ottobre 2008 a Lisieux.

 


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