Katka Lachmanová
Tempo fa ci siamo occupati sulle pagine del Carmelo della cosiddetta “grazia del Natale” nella vita di Santa Teresa del Bambin Gesù,1 cioè della grazia della sua seconda conversione e trasformazione interiore, che le ha permesso di uscire da se stessa, di aprirsi all’amore e di iniziare ad amare Dio e le persone in un modo completamente nuovo. Non è sorprendente che immediatamente dopo questa grazia sia seguita, nella “storia della sua anima”, la riscoperta dello spirito apostolico, un grande desiderio di salvare le anime, che si è incarnato in un’intensa preghiera di intercessione per coloro che non conoscono Dio.
Teresa ha solo quattordici anni, non è ancora nel Carmelo. Tuttavia, il Signore le manda alcuni impulsi che la motivano fortemente alla preghiera di intercessione, che presto diventerà la principale missione della sua vita consacrata. Una domenica di luglio del 1887, mentre si sofferma in chiesa su una piccola immagine del Crocifisso, riceve una grazia interiore, il cui effetto va ben oltre la banale causa esterna. Teresa racconta:
“Sono stata profondamente colpita dalla vista del sangue che stillava da una sua mano divina. Una grande sofferenza mi ha attraversato pensando che quel sangue cadeva a terra e che nessuno si affrettava a raccoglierlo. Ho deciso che nel mio spirito avrei dimorato sotto la croce e avrei catturato la rugiada divina che scendeva da essa. Ho capito che poi avrei dovuto riversarla sulle anime... Il grido di Gesù sulla croce risuonava anche nel mio cuore: "Ho sete!" Queste parole accendevano in me un’incendio sconosciuto e ardente... Volevo dissetare il mio Amato e io stessa mi sentivo consumata dalla sete di anime...”2
Soprattutto ci sorprende la purezza biblica della simbologia che Teresa utilizza, che è lontana anni luce dalla comune concezione della preghiera di intercessione nel suo tempo come “penitenza per la salvezza delle anime”. Per Teresa, il fulcro della preghiera di intercessione non sono le sue pratiche ascetiche, le sue stesse opere e meriti; ciò che conta è accettare con fede l’opera salvifica di Cristo e – di nuovo con fede – convocarla su tutte le persone che non si sono ancora aperte a lui. È necessario “catturare” con fede il prezioso sangue di Cristo e “spruzzarlo” sull’umanità come rugiada che dà vita. In altre parole, “i meriti non consistono nell’essere generosi, ma piuttosto nell’arte di accogliere molto, di amare molto”, come scrisse una volta a Celina.3 Sia la volontà salvifica (desiderio di salvare tutte le persone) sia l’unico rimedio salvifico scaturiscono infatti dal cuore misericordioso di Cristo. Teresa non si atteggia a salvatrice nei confronti di nessuno. La sua bellissima concezione biblica della grazia emerge ancora più forte quando, in seguito, al Crocifisso aggiunge alcune citazioni della Scrittura che l’hanno colpita in questo contesto.
Commento alle citazioni bibliche attorno al Crocifisso
Teresa usa la Sacra Scrittura con grande libertà; a prima vista sembra che abbia scelto e collegato passaggi del Nuovo Testamento che non hanno molto in comune. Tuttavia, la scelta delle citazioni deve essere stata guidata dallo Spirito Santo, perché la loro combinazione fa risaltare le parole della Scrittura sotto una nuova luce, aprendoci profondità inaspettate.
Sopra l’immagine, Teresa ha scritto il grido di Cristo sulla croce: “Ho sete” (Gv 19,28) e ha aggiunto la richiesta di Gesù alla Samaritana presso il pozzo: “Dammi da bere!” (Gv 4,7). Sotto l’immagine si trova la professione d’amore di Pietro verso il Signore, che si è verificata, come sappiamo, in un contesto piuttosto drammatico del loro incontro dopo la risurrezione (e, quindi, dopo la recente rinnegazione e abbandono di Pietro nei confronti di Cristo durante la sua passione e crocifissione): “Signore, tu sai che ti amo” (Gv 21,15). Pertanto, a questa professione d’amore segue senza soluzione di continuità la preghiera penitenziale del pubblicano nel tempio: “... ma abbi pietà di me, peccatore!” (Lc 18,13)
Verticalmente, lungo entrambi i lati dell’immagine continua il dialogo di Cristo con la donna al pozzo. A sinistra leggiamo: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu ne avresti chiesto e lui ti avrebbe dato acqua viva. (...) Chiunque... berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno.” E sul lato destro il testo prosegue: “... e quell’acqua che io gli darò, diventerà in lui una sorgente che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14).
Cerchiamo ora di dare un’occhiata alla logica interiore di questi versetti e eventi biblici. La coerenza verticale (citazioni del margine superiore e inferiore) risulta piuttosto chiara. Teresa comprende la sete di Cristo come “sete di salvezza delle anime”,4 in altre parole, la “sete d’amore” di Cristo, ovvero il desiderio di trovare anime che capiscano il suo amore, si lascino amare da lui e ricambino il suo amore.
Nella poesia “Gli Angeli presso le stalle di Gesù” Teresa mette in bocca al Bambino divino questa professione: “Ho sete di potermi donare alle anime, ma ci sono tanti cuori languidi; porgili il tuo fuoco, serafino, e attirali con i tuoi canti.” Nella parte iniziale della lettera alla sua sorella Marie del Sacro Cuore5, Teresa spiega: “Lui non ha bisogno delle nostre opere, ma solo del nostro amore. Lo stesso Dio che dichiara di non aver bisogno di dirci se ha fame,6 non ha esitato a chiedere alla Samaritana un po’ d’acqua. Aveva sete... Ma quando diceva: “Dammi da bere,” il Creatore dell'universo richiedeva l’amore della sua povera creatura. Aveva sete d’amore!... Lo sento più che mai, Gesù ha sete, incontra solo ingrati e indifferenti. Purtroppo, ... trova solo pochi cuori che si offrono a lui senza riserve, che comprendono tutta la tenerezza del suo amore infinito!”7
La sete d’amore e la sete di anime sono per Teresa una sola e medesima cosa, anche quando parla della sua stessa sete. La sua sete infatti proviene da Cristo, è il suo dono; si potrebbe dire che si tratta di una profonda sintonia con il suo cuore pieno di misericordia. Poco dopo, Teresa vivrà una potente esaudizione delle sue preghiere attraverso la conversione del boia Pranzini, che all'ultimo momento, sul patibolo, afferra la croce e bacia le sacre piaghe di Cristo. Per Teresa, questo gesto è un grande segno che la recente intuizione spirituale davanti all'immagine del Crocifisso era corretta e che la sete che sente nel cuore è davvero una partecipazione alla sete del cuore di Gesù:
“Non è forse nata nel mio cuore la sete di anime proprio guardando le ferite di Gesù, quando ho visto scorrere il suo sangue divino? Volevo dare a queste anime da bere questo sangue immacolato, che doveva purificarle da tutte le macchie, e le labbra del mio 'primo bambino' si sono attaccate alle sacre ferite!!!... Da questa grazia unica, giorno dopo giorno cresceva il mio desiderio di salvare le anime; mi sembrava di udire Gesù dirmi come alla Samaritana: "Dammi da bere!" Era un autentico scambio d’amore; alle anime davo il sangue di Gesù e a Gesù offrivo queste anime, rinfrescate dalla sua rugiada divina.”8
Pertanto, esiste una sola risposta alla sete di Gesù, la professione d’amore: “Signore, tu sai che ti amo...!” Tuttavia, non a caso Teresa ci ricorda con questa affermazione l’episodio della rivelazione di Gesù risorto sulla riva del lago di Tiberiade, quando si manifestò nuovamente come Signore onnipotente attraverso la pesca miracolosa. La pesca miracolosa infatti racchiude in sé un duplice simbolo:
1) Ricorda a Teresa la grazia del Natale 1886, quando, dopo dieci anni di sforzi e un parallelo prendere coscienza della propria impotenza, visse l’intervento di Dio, che la trasformò notevolmente: “Gesù ha compiuto in un istante l’opera che non sono riuscita a fare in dieci anni, ed è stato soddisfatto solo della mia buona volontà,” scrisse Teresa.
2) La sua esperienza personale, confermata dalla parola di Dio sulla pesca miracolosa, le dà coraggio di sperare non solo per se stessa, ma anche per gli altri che hanno bisogno di vivere l’intervento della potenza divina. In questo modo diventa “pescatrice di uomini”, anche se è consapevole che, di fatto, quel Pescatore rimane sempre Gesù. Solo lui garantisce l'abbondanza della pesca: “Nei miei confronti, Gesù è stato ancora più misericordioso che verso i discepoli, ha preso egli stesso la rete, l’ha gettata e ha tirato su un bel po’ di pesci...”9
Infine, non a caso la professione d’amore con cui Teresa risponde alla sete di Gesù è proprio quella di Pietro, che seguì la triplice domanda di Gesù e il triplice rinnegamento di Pietro! Pertanto, Teresa aggiunge rapidamente la preghiera del pubblicano: “Abbi pietà di me, peccatore.” Vuole evidentemente sottolineare la grande sproporzione tra la richiesta di Gesù e le possibilità dell’uomo debole e peccatore (che, tuttavia, non gli manca mai la buona volontà). Certamente ciò ci ricorda una simile “sproporzione” che è emersa nell’incontro di Gesù con la Samaritana: “Come mai tu, che sei ebreo, chiedi a me, che sono Samaritana, da bere?” Se eliminassimo il linguaggio delle parabole, potremmo esprimere il pensiero di Teresa in questo modo: “Come può essere che tu, Dio onnipotente, chiedi da bere da me, che sono solo una povera peccatrice, come tutti gli altri, che dipende solo dalla tua misericordia; che non sono capace di amare come ami tu?”
Teresa vede la spiegazione dell’enigma in quel “dono di Dio” che Gesù promette, cioè alla luce delle parole di Gesù alla Samaritana. Questa forma come un ponte sull’abisso tra le affermazioni del margine superiore e inferiore: “Se tu conoscessi il dono di Dio e sapessi chi è colui che ti dice di dargli da bere, tu ne avresti chiesto e lui ti darebbe acqua viva...” (Gv 4,10). Poco prima della sua morte, Teresa si esprime chiaramente:
“Tu sai, mio Dio, che non ho mai desiderato nient’altro che amarti... Il tuo amore mi ha preceduto sin dalla mia infanzia, è cresciuto con me, e ora è un abisso, la cui profondità non posso sondare... Mio Gesù, il mio amore si lancia verso di te, vorrebbe colmare l’abisso che lo attrae, ma ahimè! Non è nemmeno una goccia di rugiada, perduta nell'oceano!... Per amarti come tu ami me, devo appropriarmi del tuo stesso amore, solo allora troverò riposo.”10
Dalla meditazione sull’immagine del Crocifisso (con Maria Maddalena ai piedi della croce) risulta chiaramente che per Teresa il mediatore presso Dio non è un “giusto” che col segno dei suoi meriti salda i debiti dei peccatori. Pertanto, nemmeno Teresa si preoccupa di esaminare se la sua preghiera sia degna o indegna, potente o debole. Infatti si affida esclusivamente alla misericordia infinita di Dio e ai meriti di Colui che ha dato la vita per noi tutti: “... infatti offriamo al Padre nei cieli non i nostri meriti, ma i meriti del nostro Sposo, che sono anche i nostri meriti...”, scrisse una volta a Celina.11
Del resto, si tratta di un atteggiamento puramente biblico, poiché in questo spirito hanno invocato il Signore anche i profeti dell'Antico Testamento: “Infatti non per le nostre giuste azioni presentiamo le suppliche per la tua misericordia, ma per la tua grande pietà” (Dn 9,18).